Ci siamo, mi pare: la sovranità della volontà del paziente è “pretesa” e l’obbligo del medico di rispettarla è “inedito”.
Sono incerto se rubricare la dichiarazione alla voce “Zitto, stronzo, e fatti la puntura” o “La Costituzione, questa sconosciuta”.
Fate un po’ voi.

In questa paradossale zona bioeticamente grigia, il principio ippocratico di “garanzia” è stato svuotato dall’interno e il dovere dei medici, da quello di operare per la vita,­ è stato riformulato in quello (del tutto inedito!) di porsi al servizio di una pretesa (peraltro nel nostro caso ben poco documentata) volontà sovrana del paziente di interruzione di ogni terapia. (Francesco D’Agostino, Avvenire)

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Francesco D’Agostino, ex Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, su Avvenire di oggi:

La pretesa dei gay di ottenere per le loro convivenze un qualsiasi riconoscimento legale (fino a quello matrimoniale) non ha motivazioni sociali, ma solo psicologiche e simboliche, motivazioni che dimostrano il carattere mimetico delle unioni omosessuali (rispetto a quelle eterosessuali) e la loro strutturale fragilità (un’unione intrinsecamente forte si difende tranquillamente da sola, senza chiedere aiuto al diritto).

Allora, amico omosessuale, armiamoci di dizionario e ricapitoliamo.
Tu chiedi che ti vengano riconosciuti dei diritti, ma lo fai esclusivamente con motivazioni psicologiche (cioè, presumibilmente, per placare un disagio che ti porti dentro) e simboliche (il che equivale a dire che te ne frega poco e niente della tua unione in sé e per sé: semplicemente, miri ad ottenere una specie di marchio di qualità, per poi sbandierarlo ai quattro venti); come se non bastasse, inoltre, la tua relazione sentimentale è mimetica (ossia è riconducibile più alla situazione e all’ambiente circostanti, piuttosto che ai tuoi reali convincimenti) , strutturalmente fragile (cioè fragile per definizione, in quanto omosessuale) e incapace di difendersi senza chiedere aiuto agli altri (quanto al motivo per cui essa si debba trovare nella condizione di difendersi, tuttavia, non è dato sapere).
Questo, amico omosessuale, è quanto.
Di’ la verità: non era meglio quando si limitavano a darti del frocio?

Statemi a sentire, gente, che questa è proprio bella.
Sull’Avvenire di oggi il Prof. Francesco D’Agostino, ex Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, torna ad occuparsi dei rifiuti di prescrizione della pillola del giorno dopo avvenuti a Pisa qualche giorno fa.
Ebbene, dopo un laborioso ragionamento, articolato in cinque punti che dicono tutti la stessa cosa, il nostro amico giunge a una conclusione davvero singolare: quei medici non si sono rifiutati di prescrivere la pillola del giorno dopo perché erano obiettori di coscienza, ma semplicemente perché hanno ritenuto che il farmaco non fosse necessario.
Fantastico, direte voi: si vede che ‘sti medici hanno interrogato le donne che volevano la pillola, chiedendo loro notizie sul rapporto sessuale a rischio, e hanno stabilito che si trattava di paranoie: le avranno tranquillizzate, avranno detto loro di prendersi una valeriana e le avranno rimandate a casa.
Invece, ovviamente, così non è stato: in un caso il medico ha aperto bocca semplicemente per dire di andarsi a cercare il Norlevo da un’altra parte, mentre nell’altro il rifiuto è stato addirittura affidato alla scritta vergata a mano su un improvvisato cartello.
Allora, a quanto pare, le cose stanno in modo diverso: evidentemente il Prof. D’Agostino ritiene che anche la valutazione sull’opportunità o la non opportunità di un’eventuale gravidanza, a prescindere dal parere della donna che dovrà portarla avanti, debba essere affidata al giudizio insindacabile del medico; il quale, legittimamente, potrà decidere che quella donna farà un figlio o non lo farà.
Capito, gente? Siamo alle solite.
D’altra parte, dite la verità, che vi aspettavate? Questi sono gli stessi che si stracciano le vesti per rianimare i feti abortiti, anche contro la volontà delle donne che hanno interrotto la gravidanza: le quali, di conseguenza, altro non sono che contenitori, involucri, incubatrici.
Scatole, insomma.
E dove s’è mai visto, ditemelo voi, che le scatole esprimano dei pareri?

Omofobia contingente

December 12, 2007

Francesco D’Agostino, ex Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, su Avvenire:

«Il dibattito, al quale ha dato luogo la man­cata votazione da parte della senatrice Binetti di una norma in tema di omofobia, ha un rilievo che va al di là della contin­genza. (…) Una cosa infatti è offendere o recare vio­lenza agli omosessuali, ben altra cosa è ri­tenere che gli omosessuali siano inadatti all’adozione o che l’omosessualità sia una patologia. (…) È anche attraverso queste preziose forme di dissenso che si opera per il bene del Paese».

Capito, amico omosessuale? Mica ti stanno offendendo: semplicemente, per il bene del paese, ti fanno notare che sei un malato che travia gli infanti.
Vuoi imparare o no ad andare al di là delle contingenze, frocio che non sei altro?

E’ sempre umanamente e deontologicamente apprezzabile che il medico mantenga stretti rapporti con la famiglia del malato, purché non le ceda mai il potere decisionale ultimo e definitivo della sospensione dei trattamenti: è un potere che spetta solo a lui. (Francesco D’Agostino, Avvenire, 16 novembre 2007)

La scorsa puntata del nostro concorso, dedicata ad Assuntina Morresi, è stata caratterizzata da un discreto equilibrio nella fase iniziale, per poi concludersi con una vittoria piuttosto netta; alla fine si è imposta (non senza merito, debbo ammetterlo) la frase che segue:

«Bisogna cominciare a rendersi conto che forse Welby non sarebbe arrivato a chiedere di morire se avesse accettato di farsi sostenere non solo nella respirazione».

Tanto premesso, eccoci alla stretta finale: quella di oggi, infatti, è l’ultima puntata della fase eliminatoria. Vista la solennità del momento, non potevo esimermi dallo scegliere un protagonista di alto profilo istituzionale: sto parlando del Prof. Francesco D’Agostino, ex Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica e prestigioso editorialista di Avvenire.
Sperando di mettervi di nuovo in difficoltà al momento di scegliere la sua esternazione migliore, vi rivolgo il solito invito: votate, votate, votate.
E ricordate: dopo questa tappa passeremo alla scintillante finalissima.
Allora, gente, ne vedremo delle belle.

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Eluana è in coma persistente da anni e anni. Non è morta; è malata. (Avvenire, 18 ottobre 2007)
Benedetto XVI pone in chiaro come la legge naturale sia l’unica condizione di possibilità per un dialogo onesto, pacificante e credibile tra tutti gli uomini. (Avvenire, 6 ottobre 2007)
La pretesa di sopprimere una vita biologica nel nome della difesa delle dignità della vita biografica andrebbe chiamata con il proprio nome: è, né più ne meno, che una pretesa eutanasica. (Avvenire, 15 settembre 2007)
Nell’immagine della Madonna si riassumono infatti quei valori che danno sostegno e rendono in definitiva possibile la nostra stessa vita. (Avvenire, 1° agosto 2007)
Attraverso un testamento biologico non si possono avallare surrettiziamente richieste di eutanasia. (Avvenire, 31 luglio 2007)
Viviamo davvero in tempi tristi, se la lotta per il diritto alla vita giunge a dissociarsi dalla lotta contro la pena di morte e attivare una serie di equivoci così preoccupanti. (Avvenire, 11 aprile 2007)
Riflettiamo sui diritti e capiremo che non è lecito confonderli con le pretese soggettive e arbitrarie dei singoli; riflettiamo sulla sessualità e arriveremo a concludete che esiste una sola grande dicotomia, quella maschio/femmina, che è semplicemente illusorio negare. (Avvenire, 4 marzo 2007)
Ogni norma positiva che, per assecondare desideri e interessi privati, anziché il bene umano, vada contro la legge naturale, è intrinsecamente ingiusta e attiva ulteriori ingiustizie, perché è norma che ferisce la verità dell’uomo, e nello stesso tempo sovverte la verità di Dio. (Avvenire, 13 febbraio 2007)
I Pacs attivano nell’immaginario collettivo l’idea che la convivenza affettiva sia essenzialmente autoreferenziale, che cioè i conviventi debbano trovare in una serie di interessi reciproci garantiti dalla legge la ragione ultima della loro unione. (Avvenire, 8 febbraio 2007)
A Welby, come ad ogni essere umano, bisogna invece fare auguri di vita: perché questa e solo questa è la cifra reale e riassuntiva della nostra comune esperienza. (Avvenire, 21 dicembre 2006)
Una legge sull’eutanasia è infatti la peggiore soluzione che si possa ipotizzare per dare risposta a un problema reale. (Il Foglio, 6 dicembre 2006)
Gli scienziati dunque si tranquillizzino e rinuncino a sterili dietrologie: chi vuole mostrare i limiti della scienza non è nemico né della democrazia, né a maggior ragione della scienza: è piuttosto chi con Pascal (un altro che di scienza se ne intendeva!) è convinto che solo chi ama la verità è in grado di conoscerla. (Avvenire, 31 ottobre 2006)
Non si può, in buona sostanza, non valutare se non come parassitaria e quindi indebita l’intenzione di coloro che pretendono un riconoscimento pubblico della loro convivenz per ottenere diritti senza doveri. (L’Osservatore Romano, 14 gennaio 2006)

«Eluana è in coma persistente da anni e anni. Non è morta; è malata». (Francesco D’Agostino, Avvenire, 18 ottobre2007)