Leggo su Avvenire il resoconto dell’Arcivescovo di Firenze, Cardinale Ennio Antonelli, in relazione alla vicenda di Don Cantini.

«Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Dopo ponderata valutazione, ho deciso un primo intervento. Ho chiesto e ottenuto la rinuncia scritta all’ufficio di parroco, permettendo a don Lelio di andare ad abitare in una casa isolata a Mucciano nel Mugello, senza alcun incarico pastorale».

La “ponderata valutazione” di una serie di circostanziate (e firmate) denunce a uno stupratore di minori conduce, dunque, al silenzio sulla vicenda e al ricovero dell’accusato in una casa di campagna. Cominciamo bene.

«Essendo don Lelio ultraottantenne e malato ed essendo i fatti a lui contestati ormai lontani nel tempo e giuridicamente prescritti, ritenevo che questo primo provvedimento, almeno provvisoriamente, avrebbe potuto bastare. Col tempo avrei avuto la possibilità di studiare meglio la situazione di fatto e la stessa normativa giuridica, che non conoscevo abbastanza, dato che questo era il primo caso del genere che mi trovavo a gestire in tanti anni di ministero episcopale».

Già. La normativa sullo stupro, del resto, è assai controversa: meglio studiarla accuratamente, codice penale alla mano, vuoi vedere che non è reato?

«Dopo qualche mese mi sono reso conto che bisognava affrettare altri provvedimenti».

Alla buon’ora: ma, come si dice, meglio tardi che mai. Chissà, magari è la volta che l’Arcivescovo va dai Carabinieri e lo denuncia.

«Alcuni degli accusatori mi sono venuti a trovare e altri li ho chiamati io stesso. Ho constatato la loro sofferenza che si era riacutizzata dopo tanti anni. Ho chiesto a don Lelio di andare ad abitare in una casa di accoglienza per sacerdoti».

Ineccepibile. Alcuni mesi di intenso studio e svariati colloqui conducono dunque a un deciso ripensamento: niente casa di campagna, meglio un centro per preti anziani. Quando si dice la risolutezza…

«Non avendo lui accettato, gli ho ordinato di lasciare comunque la casa di Mucciano, di proprietà diocesana, e di allontanare la sua collaboratrice domestica».

Don Cantini, ovviamente, si prende anche la libertà di rifiutare il secondo trasferimento: e l’Arcivescovo, come estrema misura punitiva, gli toglie la colf.

«Allora egli si è trasferito a Viareggio in una casa di amici. A titolo cautelare gli ho proibito, fino a nuova disposizione, di celebrare la Messa in pubblico e di confessare».

Non di continuare a stuprare minorenni, ovviamente: misure cautelari stringenti, non c’è che dire.

«La Congregazione per la dottrina della fede, come spesso avviene nei casi gravi e chiari, ha autorizzato il processo penale amministrativo a norma del canone 1720: notifica delle accuse e delle prove all’accusato con possibilità di difendersi personalmente o tramite avvocato, valutazione accurata da parte del vescovo, assistito da due assessori, decreto conclusivo. Don Lelio è stato riconosciuto responsabile di delittuosi abusi sessuali su alcune ragazze negli ann i 1973-1987, di falso misticismo, di controllo e dominio delle coscienze. Sono misfatti oggettivamente gravi che meritano riprovazione e condanna e che fanno soffrire prima di tutto le vittime, ma con loro anche la Chiesa e il vescovo».

Allora, mettiamo ordine: una pletora di persone si riunisce in pompa magna e accerta che un tipo ha posto in essere per quattordici anni una lunga serie di “delittuosi abusi sessuali”; sarebbe legittimo, a questo punto, aspettarsi una denuncia?

«A don Lelio sono state inflitte, a norma del canone 1336 §1, le seguenti pene per la durata di cinque anni: privazione della facoltà di confessare, proibizione di celebrare la Messa in pubblico, proibizione di celebrare altri sacramenti, proibizione di assumere incarichi ecclesiastici. Inoltre sono state aggiunte, a norma del canone 1340 §1, le seguenti penitenze: versare per cinque anni un’offerta annuale in denaro a una istituzione caritativa e darne rendiconto al vescovo; recitare ogni giorno per un anno intero il Salmo 51 “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia” oppure le litanie della Madonna. Queste pene e penitenze, come tutta la procedura, sono state concordate con la Congregazione per la dottrina della fede».

Ecco la pena: cinque anni senza dire messa, qualche offerta in denaro e un paio di preghierine al giorno; il tutto, ovviamente, senza spifferare in giro una sola sillaba. Quando si dice la mano ferrea della giustizia, eh?

«Comprendo che le vittime nella loro sofferenza ritengano la punizione troppo leggera. Ma bisogna tenere presente che la Chiesa deve dare testimonianza alla divina Misericordia e mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e cercare di vincere il male con la forza della mitezza. Don Lelio da parte sua, pur cercando di ridimensionare le sue colpe, ha detto di essere pentito e di essere disposto a chiedere perdono alle persone offese, purché venissero a incontrarlo singolarmente e non tutte insieme in gruppo. Ultimamente si è convinto anche ad andare in una casa di accoglienza per sacerdoti».

Effettivamente, il prete si è convinto a chiedere scusa alle sue vittime (una per volta, mi raccomando), e perfino ad andare a vivere in un ospizio. In tal caso possiamo anche metterci una pietra sopra e fare finta di niente, no?

«Mi rendo conto che le persone offese sono le prime ad aver diritto alla solidarietà e al sostegno spirituale da parte di tutta la comunità cristiana. Da parte mia sono sempre disponibile al colloquio personale e di gruppo. Comprendo non solo la loro sofferenza, ma anche la loro ira. Purtroppo non posso far sì che il male non sia a vvenuto. Posso solo aiutare a superarlo e a guardare avanti. La Chiesa fiorentina, arcivescovo, vescovo ausiliare, sacerdoti, diaconi e cristiani laici, consapevole che don Lelio è un suo figlio e un suo presbitero, si fa carico della iniquità che è stata commessa e vuole vincere il male con il bene, impegnandosi a rafforzare lo spirito di comunione tra tutte le sue componenti e a farsi vicina nella preghiera, specialmente durante la Messa, e nella carità fraterna alle vittime, che pure sono suoi figli e figli profondamente addolorati. Lo stesso don Lelio potrà sempre contare sull’aiuto e sulla vicinanza dei fratelli di fede e di sacerdozio nelle sue necessità spirituali e materiali».

Un modo singolare di “farsi carico” delle proprie colpe, nevvero?

«Nella stampa ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili».

A casa mia questo “spirito evangelico” si chiama omertà. Ma può darsi che sia io ad avere qualche difficoltà con l’italiano.

«La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede».

Il fatto che le vicende in oggetto abbiano avuto luogo sul territorio della Repubblica, nel quale lo stupro è punito con la reclusione da cinque a dieci anni, evidentemente, è del tutto irrilevante.

«A parte la notifica delle decisioni all’interessato e alla parte accusatrice, la pubblicazione è prevista solo per il decreto finale e solo nel caso che la vicenda diventi di dominio pubblico. Sul prossimo numero del Bollettino diocesano il decreto riguardante don Lelio sarà pubblicato. Ma fin d’ora posso annunciare che non conterrà alcun elemento di novità».

Come sempre. D’altronde stiamo parlando del Vaticano, o no?

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