Giacomo Samek Lodovici commenta su Avvenire la vicenda di Jan Grzebski, risvegliatosi dopo diciannove mesi di coma:

Questa vicenda è un’obiezione incisiva per tutti coloro che invocano l’eutanasia per i malati in stato prolungato di incoscienza.
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In tal senso, la nozione di “stato vegetativo”, che si usa per alcuni (non tutti) di questi casi, induce erroneamente a pensare che il soggetto non sia più un essere umano, bensì un vegetale, privo di dignità.
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Inoltre, esistono pazienti solo apparentemente privi di coscienza i quali, dopo essersi ripresi, hanno spiegato che, in realtà, capivano ciò che accadeva e veniva detto loro.
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Quindi non è per niente detto che questi malati siano privi di coscienza, anzi ci sono casi in cui è vero il contrario.
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Infine, il malato privo di consapevolezza può riprendersi, talvolta, anche dopo molti anni.
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Dunque sarebbe meglio evitare sia la nozione di stato “vegetativo”, sia di parlare di privazione “permanente” della consapevolezza, perché non esiste la certezza assoluta che un paziente non possa mai più riprendersi.
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Insomma, non siamo certi che questi malati siano privi di consapevolezza, né che lo siano definitivamente.
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Non di eutanasia hanno bisogno questi malati, ma di amore, quello che non demorde e che non si scoraggia.

Vale la pena di aggiungere che il brillante editorialista non si prende la briga di spiegare, sia pure sommariamente, chi siano “questi malati” (o “questi pazienti”, o “i malati in stato prolungato di incoscienza”, o “il malato privo di consapevolezza”, o, infine “un paziente”); non specifica quale malattia li affligga, che tipo di trauma abbiano subito, cosa sia scritto nella loro cartella clinica: si limita a rovesciare tutto nel calderone, dà una bella mescolata e conclude che “non dobbiamo rischiare di uccidere degli uomini che potrebbero essere coscienti e che potrebbero riprendersi”.
Qualcuno mi tolga dalla testa un atroce dubbio: non è che l’estensore dell’articolo, in realtà, si sta preoccupando per se stesso?