1980

August 31, 2007

« Cerco di esprimere il concetto della ricerca interiore per trovare la perfezione. La perfezione sta dentro ad ognuno di noi. Nessuno è perfetto, però può esserlo. Potremmo non raggiungerla mai, ma è meglio lottare piuttosto che no. »

Questo diceva Prince Roger Nelson nel 1980. E giocava. Poi, giocava con la sua persona, con il suo strumento, la chitarra, con la sua ricerca felice del bello e del migliore da sè. I suoi modelli, Stevie Wonder, James Brown, Jimi Hendrix, lo perseguitavano come la sua aspirazione, pura come il desiderio di assomigliarvi. Prince Roger Nelson giocava a parlare dei Beatles, dei Queen, Di Frank Zappa, nei suoi pezzi nascondeva note come perle dentro ostriche, ma lo faceva per gioco. Idolo di una generazione gay, e non solo. Di quanti si sono fatti prendere, dal suo girotondo. Difficilmente un suo lavoro contiene un solo stile musicale, aveva paura di essere ripetitivo, cambiava giro. Provocava, giocava, sprizzava gioia. Ha scritto pezzi che non si somigliano affatto. When you were mine, è divertente, e giocoso come lui. Ma non è lui. Lui non è un solo pezzo, un solo motivo, una sola ispirazione. E’ un gioco, un mosaico che è impossibile ricomporre.


Tunnel of love, la conosciamo tutti. Mark Knopfler, nel 1980, non poteva mancare. Un chitarrista obliquo ed estremo, un base jumper senza protezione, nasce nel periodo del punk rock e sviluppa un rock and roll plastificato, di sicuro successo. Tale è la voglia prorompente di successo, che l’immediatezza espressiva di cui è dotato si trasforma in una chitarra da un ritmo perenne, portando alle estreme conseguenze quello che ha a disposizione, allungando il brodo con un’interminabile serie di soli da saltello, simmetrie da polsino e nessuna emozione: alla fine dell’operazione, ovviamente, non rimane niente. Making Movies è come un grande buco: più lo ascolti, meno riesci a guardarci dentro e a trovare qualcosa. Il suo successo, è tutto nel guscio: lucido, fragile, contingente. Da anni ’80.


Stevie Wonder, storia della black music. Si sente immediatamente il basso che accompagna la Sua tastiera, la delicatezza, l’armonia del suono, dei fiati, delle percussioni. Si sente anche quello che non c’è. Perfetto, perchè è espressione a 360°. Master Blaster. Non è la sua peculiarità, nè la coscienza sociale, a renderlo unico. E’ il suono che esce dal suo intimo. E’ la leggerezza e la potenza con cui percepisce le note e ce le fa risentire, così come le prova. Lievi ed esatte, sgorgano e ti accompagnano dolcemente, ti sorprendono ad ogni istante, perchè non sono note comuni. Sono sempre un morso di semitono in più, di quello che ti aspetti, e di quello che puoi pensare di riuscire a percepire.