So bene di essere un gran rompicoglioni, e avendo una coda di paglia lunga da qua a chissà dove non manco di sottolinearlo, specialmente allorché mi accingo a scrivere un post come questo.
Partiamo da un elemento pacifico: prendere le foto che una donna ha pubblicato su Facebook e utilizzarle abusivamente in un sito porno è circostanza esecrabile, oltre che penalmente perseguibile; il fatto, tuttavia, che i giornali riportino la notizia affannandosi a precisare sin dal titolo di apertura che quella donna è anche una mamma, mi lascia in bocca un retrogusto per niente piacevole.
Si tratta soltanto di un pretesto, s’intende, e per giunta nemmeno troppo esplicito: ma è evidente che tra le righe si vuole comunicare che quel gesto, quella indebita invasione della privacy, quell’abuso, debba essere considerato tanto più grave in quanto colei che ne è stata vittima non è semplicemente una donna, ma anche una mamma; con ciò lasciando intendere che una mamma sia qualcosa di più di una donna e basta, che meriti una tutela particolare, e quindi, per converso, che le non-mamme siano in qualche modo donne di serie B, un po’ (appena un pochino) meno rispettabili rispetto a quelle che abbiano avuto il merito di sfornare almeno un marmocchio.
Con l’ulteriore conseguenza che sia proprio il marmocchio in questione a conferire maggiore dignità a quella donna, la cui funzione specifica non consiste tanto nel rivestire la qualità di essere umano, quanto nel prestarsi al ruolo di contenitore che assume importanza principalmente in virtù del proprio contenuto.
Sei proprio un cagacazzi, direte voi: da un titolo del Corriere, che magari sarà stato buttato là a casaccio, desumi tutte queste pippe?
Sarà, ma nessuno mi leva dalla testa che siano proprio queste sfumature, questi messaggi subliminali, queste affermazioni che galleggiano tra il detto e il non detto a fare la differenza: intanto scrivilo, che era una mamma, che a scriverlo non sbagli mai, così la gente si commuove e lo legge più volentieri; una mamma, del resto, è sempre una mamma, mica una stronza qualunque.
Se poi qualche scemo ci vede dentro le solite menate e si prende la briga di scriverci un post, cazzi suoi.
D’altronde si sa: ‘sti laicisti sono sempre pronti a scatenare una polemica sul nulla.

Dalla Stampa.it:

Non è detto che una donna che indossa un paio di pantaloni jeans non possa essere violentata: infatti «questo indumento non è paragonabile ad una specie di cintura di castità». Lo ha stabilito la Cassazione, che con sentenza 30403 di oggi ha confermato la condanna nei confronti di un 37enne che aveva molestato la figlia ancora adolescente della sua compagna infilandole le mani sotto i jeans.
(…)
La Terza Sezione Penale ha respinto questa tesi soprattutto sul punto dei jeans: infatti, aderendo alla pronuncia della Corte territoriale ha messo nero su bianco che «il fatto che la ragazza indossasse pantaloni di tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l’indumento non essendo questo paragonabile ad una specie di cintura di castità».

Perdonate la mia pignoleria, ma a ben guardare la questione è seria.
Il punto, secondo la Cassazione, sembra consistere nella circostanza che sia possibile o non sia possibile introdurre una mano nelle parti intime di una donna da dentro l’indumento che indossa; nel senso che, a quanto è dato comprendere, il reato di violenza sessuale è configurabile nella sola ipotesi in cui tale operazione sia stata portata a termine con successo, mentre deve ritenersi escluso nel caso contrario.
Converrete con me che il criterio è a dir poco singolare, e che conduce, a rigor di logica, a conseguenze decisamente aberranti: a sentire la Cassazione, infatti, si dovrebbe concludere che palpeggiare una donna a proprio piacimento (contro la sua volontà, s’intende) non costituisce violenza sessuale se solo si usa l’accortezza di non infilarle una mano nelle mutande.
In ragione di quanto sopra, mi corre l’obbligo di comunicare ai funambolici palpeggiatori da autobus, agli arditi esibizionisti con impermeabile annesso, ai subdoli sfioratori di tette, ai professionisti del palpeggio attraverso il tessuto, nonché ai segaioli, molestatori e manomortisti di ogni ordine e grado che possono dormire sonni più che tranquilli: fate pure ciò che più vi aggrada, con le malcapitate che vi capitano a tiro, ma non toccate loro la pucchiacchella. A quanto pare, non vi sarà giuria disponibile a condannarvi.
Adesso vi saluto, ché vado a toccare il culo della barista qua sotto.

Dal Corriere del 24 novembre 2007:

I dati smentiscono lo stereotipo secondo il quale la violenza alle donne è un fenomeno che avviene per strada e commesso da stranieri: sette casi di violenza su 10 avvengono fra le mura domestiche per opera del partner o dell’ex partner.

Foto scattata stamattina con il cellulare, Roma, Piazzale di Porta Pia, ore 08:45, previa puntuale segnalazione.

Statemi a sentire, gente, che questa è proprio bella.
Sull’Avvenire di oggi il Prof. Francesco D’Agostino, ex Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, torna ad occuparsi dei rifiuti di prescrizione della pillola del giorno dopo avvenuti a Pisa qualche giorno fa.
Ebbene, dopo un laborioso ragionamento, articolato in cinque punti che dicono tutti la stessa cosa, il nostro amico giunge a una conclusione davvero singolare: quei medici non si sono rifiutati di prescrivere la pillola del giorno dopo perché erano obiettori di coscienza, ma semplicemente perché hanno ritenuto che il farmaco non fosse necessario.
Fantastico, direte voi: si vede che ‘sti medici hanno interrogato le donne che volevano la pillola, chiedendo loro notizie sul rapporto sessuale a rischio, e hanno stabilito che si trattava di paranoie: le avranno tranquillizzate, avranno detto loro di prendersi una valeriana e le avranno rimandate a casa.
Invece, ovviamente, così non è stato: in un caso il medico ha aperto bocca semplicemente per dire di andarsi a cercare il Norlevo da un’altra parte, mentre nell’altro il rifiuto è stato addirittura affidato alla scritta vergata a mano su un improvvisato cartello.
Allora, a quanto pare, le cose stanno in modo diverso: evidentemente il Prof. D’Agostino ritiene che anche la valutazione sull’opportunità o la non opportunità di un’eventuale gravidanza, a prescindere dal parere della donna che dovrà portarla avanti, debba essere affidata al giudizio insindacabile del medico; il quale, legittimamente, potrà decidere che quella donna farà un figlio o non lo farà.
Capito, gente? Siamo alle solite.
D’altra parte, dite la verità, che vi aspettavate? Questi sono gli stessi che si stracciano le vesti per rianimare i feti abortiti, anche contro la volontà delle donne che hanno interrotto la gravidanza: le quali, di conseguenza, altro non sono che contenitori, involucri, incubatrici.
Scatole, insomma.
E dove s’è mai visto, ditemelo voi, che le scatole esprimano dei pareri?

L’ingallata

March 10, 2008


Dal sito Cultura Cattolica:

(05/03/2008) – I Soprano- nota serie televisiva prodotta dalla rete americana HBO e trasmessa in Italia per la prima volta da Italia 1 – fortunatamente sono pro-life e contro l’aborto. Nell’ultima puntata, andata in onda venerdì scorso, è successo questo: è successo che Christopher Moltisanti (uno della famiglia che Tony Soprano tratta quasi come un figlio) alla sua donna, che in lacrime gli comunica di essere incinta e di voler ricorrere all’aborto, dice: “Ehi, ehi… calma bimba! Domani ci sposiamo, perché io ho sempre desiderato avere un bimbo”. Con il viso tornato nuovamente sereno, la fidanzata di Chris dimostra come l’aborto, più che femmina, sia maschio. Nel senso che spesso è l’uomo che volta le spalle alle proprie responsabilità lasciando la donna sola dinnanzi ad una gravidanza inattesa che si trasforma in dramma.

Mi pare chiarissimo: la questione dell’aborto, secondo Cultura Cattolica, si riduce alle irrazionali paure della femmina, la quale vivrebbe nel terrore di essere costretta ad abortire, nel malaugurato caso in cui non riuscisse a farsi portare all’altare dal maschio che l’ha vigorosamente inseminata.
Una volta fugati gli isterismi, e rassicurata la pregna sulla volontà dello stallone di accondiscendere alle nozze, tutto torna alla normalità: il viso dell’ingallata si rasserena (avrebbe potuto aspettarsi di meglio? In fondo, gente, non si tratta che di una femmina) ed il suo animo si rischiara, avendo ottenuto dal suo virile dominus l’autorizzazione a non interrompere la gravidanza e ad iniziare a sferruzzare le scarpine per il marmocchio.
Nessuna volontà autonoma da parte della donna, ovviamente, né in un senso né nell’altro; nessun punto di vista personale; nessuna esigenza di prendere una decisione indipendente su una questione che riguarda il proprio corpo: semplicemente, la spasmodica attesa di quanto il maschio (proprietario, evidentemente, della futura mamma, oltre che del seme con il quale l’ha fecondata) deciderà di porre in essere.
D’altronde, dico io: si è mai visto che una scatola, un contenitore, una incubatrice siano capaci di autodeterminarsi?
Io non so, a dire il vero, se l’edificante episodio testè commentato dimostri che l’aborto è maschio. Non lo so, e a dire il vero la questione, magari formalmente ingegnosa ma nella sostanza completamente priva di contenuto, non mi interessa affatto.
E’ il commento dell’episodio stesso, invece, ad essere assai istruttivo, giacché esso rivela, con tutta evidenza, che i cattolici colti (il sito si chiama Cultura Cattolica, o sbaglio?) sono dei maschilisti fatti e finiti.
Se tanto mi dà tanto, amici miei, figuratevi quelli ignoranti.

Inclusione clericale

March 5, 2008

Lunedì scorso a Bologna, durante il convegno “Educare: come e perché?”, il Cardinale Carlo Caffarra ha avuto modo di affermare quanto segue:

Non è possibile educare, se si esclude in linea di principio la presenza di Dio nella vita.

Orbene, siccome sono una personcina meticolosa, ho pensato di verificare quali siano i precetti impartiti da coloro che, per antonomasia, educano i figli includendo la presenza di Dio nella vita.
Ecco a voi, amiche ed amici, alcuni illuminanti brani tratti dal sito Genitori Cattolici:

Gli ultimi avvenimenti meteorologici che hanno coinvolto anche l’Italia del “gay pride”, della pedofilia, del satanismo, degli aborti, della caduta dei valori, del permissivismo, dell’invasione islamica indiscriminata, della delinquenza minorile, degli spinelli, delle sfilate blasfeme, delle persistenti immagini erotiche e/ o violente propugnate in tutte le ore ecc., anziché risvegliare l’appello dei cristiani ad un cammino di conversione (raccomandato dalla Madonna a Lourdes, Fatima e Medjugorje), hanno provocato la solita rincorsa alle spiegazioni socio-scientifico-naturali! Purtroppo!

Il peccato è causa prima dei mali psico-fisici che colpiscono le persone e che provocano sofferenze. Purtroppo le teorie moderne, che non solo omettono la predicazione biblica ma rigettano come inconcepibile la correlazione peccato=conseguenze morali e fisiche, contribuiscono volenti o nolenti a condurre le persone dagli psicanalisti e dagli occultisti.

Il disagio giovanile, la violenza, i suicidi, l’alcolismo ecc. sono il risultato del mancato utilizzo della medicina principe che il Signore ha donato all’umanità: la Sua Parola che salva, protegge e guarisce.

E mentre il Signore ha stabilito che la moglie sia obbediente al marito (per quanto ovviamente non in contrasto con la Parola divina), satana è riuscito, a causa del nostro peccato, a far sì che una moglie possa, addirittura legalmente, abortire senza il consenso del marito o contro la sua volontà: cioè che possa uccidere un figlio, tale anche per un padre.

Chi si trova in condizione di sterilità deve comunque evitare d’andare dai maghi e di utilizzare tecniche di concepimento vietate dalla Chiesa, e deve rivolgersi, con la preghiera, esclusivamente al Signore ed alla Madonna per risolvere i suoi problemi.

Comunque conosco donne che non riuscivano ad ottenere figli, nonostante alcune cure mediche. Non sono ricorse, tuttavia, alla pur consigliata fecondazione artificiale, ma sono andate a Lourdes; hanno pregato e si sono immerse nelle vasche e sono diventate madri di figli sanissimi.

Il cardinale Siri disse una volta che l’AIDS era un castigo di Dio e sollevò proteste anche in seno alla Chiesa, tra coloro cioè che non leggono o non credono più alla Sacra Scrittura (che parla spesso dell’infinita misericordia di Dio, ma anche dei suoi castighi correttivi).

La confusione dei sessi è un chiaro tentativo diabolico di eliminare, creando androgini, i ruoli che il Signore ha stabilito con la creazione. E poi ci si lamenta dell’aumento dell’omosessualità!

Noi non vogliamo entrare nel merito della liceità o meno della pena di morte (risposta che lasciamo al Magistero della Chiesa); desideriamo invece solo ricordare ai molti cattolici che anche il recente pronunciamento del Magistero della Chiesa la consente.

Le convivenze libere e le unioni gay che pretendono addirittura di adottare bambini da parte di coppie gay costituiscono un’evidente ribellione al piano di Dio che ha istituito il Sacramento del matrimonio.

Ad esempio l’adulterio, l’aborto, l’impudicizia, l’omosessualità, l’ira, la prevaricazione, il consumismo sessuale e la normalizzazione in generale di comportamenti che contrastano con i comandamenti divini vengono presentati come azioni perfettamente legittime anche da un punto di vista etico, come ha pure confermato lo stesso demonio in un recente caso di esorcismo. La sfilata dell’orgoglio omosessuale a Roma durante il giubileo, con la solidarietà di molte persone “aperte a tutte le libertà o licenze”, ne è una evidente riprova!

Sarà come dice Caffarra, non discuto: magari è vero, che educare è possibile solo per chi non esclude la presenza di Dio nella vita; se tanto mi dà tanto, tuttavia, temo sia preferibile restare senza educazione.
La circostanza, ne convengo, precluderà ai ragazzi l’ingresso nella buona società, ma probabilmente li terrà altrettanto lontani dal Ku Klux Klan.
Sarò un laicista, ma mi punge vaghezza che, in linea di principio, sia molto meglio così.

Cur sponse velentur

February 28, 2008

Quod femine, dum maritantur, velantur, scilicet ut noverint semper se viris suis esse subiectas et humiles. (dal Decretum di Ivo di Chartres)

Ovvero: nel matrimonio cattolico la donna indossa il velo “perché sappia di dover essere sempre umile e sottomessa al proprio uomo.”

Se obiettaste che dal 1100 ad oggi la morale familiare nella Chiesa Cattolica si deve essere evoluta, Papa Benedetto XVI dovrebbe rispondervi che il concetto di evoluzione nell’etica è sbagliato: il relativismo è il male del secolo, quindi la morale nella famiglia naturale non può e non deve cambiare…
E voi, donne, state al vostro posto.

klochov

Sassi

February 19, 2008

Da Wikipedia:

Lanciare il sasso e nascondere la mano.
Con questa espressione si descrive molto sinteticamente il comportamento di chi provoca una situazione di conflitto, svela un retroscena che doveva stare celato, dà origine a situazioni spiacevoli, etc. agendo tuttavia in modo tale da non risultare lui la causa del guaio.

Applicato all’attività di un quotidiano, questo efficace modo di dire potrebbe tradursi nell’intendimento di esprimere un’opinione non dichiarandola esplicitamente, ma piuttosto suggerendola, sottintendendola, lasciandola intuire, o addirittura facendo in modo che quell’opinione resti impressa nella mente del lettore senza che costui se ne avveda.
Facciamo qualche esempio, mettendoci nei panni di un redattore e immaginando alcune situazioni concrete nelle quali voler mettere in pratica l’atteggiamento in questione.

– • –

Supponiamo, tanto per cominciare, di voler insinuare che l’eutanasia è un omicidio bello e buono: quale miglior soluzione che accorpare un articolo riguardante le scelte di fine vita con la notizia di un efferato delitto? Insomma, qualcosa di simile a ciò che accade il 26 novembre 2006, allorché l’home page del Corriere presenta questo curioso “blocco”, nel quale l’appello di Piergiorgio Welby viene accostato alla notizia di un infanticidio:

Immaginiamo ora di voler lasciare intendere che l’omosessualità sia un vizio turpe e riprovevole: la soluzione più adeguata, in questo caso, potrebbe consistere nell’evocare il legame con un argomento che susciti lo sdegno e il ribrezzo dei lettori. La pedofilia sarebbe perfetta, che ne dite? Un po’ come succede sul Corriere del 29 dicembre 2006, nel quale si trova il seguente accostamento:

Andiamo avanti e cambiamo argomento. Supponiamo di voler ribadire, senza dare troppo nell’occhio, il vecchio adagio sessista secondo il quale le donne sono solite disturbare il prossimo con un sacco di chiacchiere inutili. In questo caso l’ideale sarebbe legare il concetto con qualcosa che sia logorroico, fastidioso e prodotto in grande quantità; lo spamming, tanto per fare un esempio, come accade sul Corriere del 30 novembre 2006:

Orbene, poteva mancare, in questa elencazione di ipotetiche allusioni, qualche bel lancio di sasso riguardante l’aborto? In altre parole, immaginando di voler insinuare che l’interruzione della gravidanza costituisca un delitto della peggiore specie, quale sarebbe il crimine più adatto da scegliere per l’accorpamento? Lo stupro, ovviamente, meglio se con rapina annessa. Curiosamente, un po’ come accade sul Corriere dell’8 marzo 2007:

Coincidenze, direte voi, e non saprei come darvi torto; chi mi conosce, del resto, sa bene che rifuggo dalle facili dietrologie, e aborro l’abitudine di intravedere cospirazioni ad ogni angolo di strada.
Sta di fatto, però, che proprio questa mattina la home page del Corriere decida di prodursi nell’ennesimo, singolare accostamento: Pierferdinando Casini parla dell’aborto, mentre Gianfranco Fini fa una dichiarazione sulla pedofilia, e sebbene si debba convenire sul fatto che si tratti di due temi piuttosto eterogenei, quelli del Corriere ne fanno un titolo unico, come se si trattasse dello stesso argomento:
Un’altra coincidenza, ci mancherebbe, o forse l’ennesima distrazione.
Magari, chissà, basterebbe stare un pelino più attenti: nell’accorpare le notizie, ché con un briciolo di concentrazione in più certi accostamenti inopportuni si potrebbero evitare; ma anche, perché no, nel nascondere meglio il braccio.
Hai visto mai, ci fosse qualcuno che guarda…

Soccorso (In)Civile

February 18, 2008

Facciamo mente locale, tanto per riprendere il filo del discorso.
Se sei nata femmina, e se per caso hai bisogno della pillola del giorno dopo, è probabile che ti costringano a girare una decina di ospedali per trovare un medico non obiettore che si degni di prescrivertela.
Se poi finisci per rimanere incinta (perché succede, succede davvero, che una resti incinta per non aver trovato chi gli prescrivesse il Norlevo), e dalla tua ecografia si intravede qualcosa che non va, c’è il caso che facciano i vaghi, ti dicano di non preoccuparti e ti invitino a tornare dopo qualche settimana, in modo da far trascorrere il tempo necessario a renderti impossibile l’aborto terapeutico.
Nel caso in cui tu scampi al trabocchetto (magari perché puoi permetterti un secondo esame presso una clinica privata), e decida di interrompere la gravidanza, è comunque possibile che ti facciano una puntura e poi ti lascino ore nella corsia di un ospedale in preda ai dolori, senza che nessuno si azzardi a toccarti con un dito, perché di tanto in tanto l’unico medico non obiettore dovrà pur riposarsi, e gli altri sono così appecoronati agli anatemi della Curia da non guardarti nemmeno in faccia quando li chiami.
Se poi riesci ad arrivare in fondo, nonostante il vivamaria di ostacoli che ti hanno infilato sotto le scarpe (e non senza esserti ingoiata la lunga serie di umiliazioni e sofferenze che ne conseguono), nulla di più facile che le guardie irrompano nell’ospedale, sequestrino il maltolto e ti facciano un bell’interrogatorio in perfetto stile tenente Colombo; per non parlare della possibilità che qualche autorevole editorialista ti dia dell’assassina sulla prima pagina del suo giornale.
Orbene, si dà il caso che il sistematico e cinico sabotaggio appena tratteggiato non sia la sintesi di un racconto di fantapolitica, ma la cronaca di ciò che accade quotidianamente nel nostro paese.
Lo so che ve l’ho già detto, ma forse è il caso di ripeterlo: c’è qualcuno che si rimbocca le maniche, e cerca di fare quello che può per contrastare questa barbarie con una cosa (una cosa magari piccola, ma che potrebbe diventare una cosa grande così) che si chiama Soccorso Civile.
Questa cosa, amici miei, ha bisogno dell’aiuto di tutti: quindi date una mano, se potete e come potete.
Perché l’altro soccorso, quello Incivile, loro lo stanno già facendo.
E lo fanno alla grande.

Joseph Ratzinger durante il Convegno Internazionale “Donna e uomo, l’humanum nella sua interezza“, svoltosi a Roma dal 7 al 9 febbraio:

«Ci sono luoghi e culture dove la donna viene discriminata o sottovalutata per il solo fatto di essere donna, dove si fa ricorso persino ad argomenti religiosi e a pressioni familiari, sociali e culturali per sostenere la disparità dei sessi».

Ora, io non sono un grande esperto di religione; tuttavia, per ragioni legate all’ambiente culturale nel quale sono cresciuto, ho avuto modo di approfondire alcuni aspetti di un particolare culto religioso, del quale vado ad elencare qui di seguito alcune caratteristiche salienti:

  1. secondo il libro fondamentale di quel culto, la donna fu creata da Dio attraverso l’asportazione di una costola dell’uomo (Gen 2, 20-22: “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”);
  2. secondo il medesimo libro la donna in questione, a causa della sua perniciosa tendenza al peccato, sputtanò l’invidiabile situazione nella quale i due erano generosamente stati collocati dal Creatore, provocando l’ira di quest’ultimo e condannando se stessa e il suo compagno a precipitare in una vita di stenti e dolore (Gen 3, 13: “Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato»”);
  3. il Dio adorato dal culto religioso in questione chiarisce inequivocabilmente, sin dall’inizio, che la donna deve essere sottomessa all’uomo (Gen 3, 16: “Moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze; partorirai i figli nel dolore, tuttavia ti sentirai attratta con ardore verso tuo marito, ed egli dominerà su di te”);
  4. un tizio di nome Paolo di Tarso, considerato unanimemente il più importante diffusore del culto religioso in esame, ribadisce che “Cristo è il capo di ogni uomo, l’uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo” (1Cor 11, 3), e aggiunge che “come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea” (1Cor 14, 34-35);
  5. la donna venerata dai seguaci del culto in questione, di nome Maria, ha avuto l’unico merito di essere la madre di un altro uomo;
  6. i ministri del culto religioso de quo sono esclusivamente di sesso maschile;
  7. i recenti pronunciamenti di detti ministri in relazione a talune problematiche di ordine sociale vanno sistematicamente nella direzione di negare alla donna qualsiasi libertà di scelta, e le attribuiscono l’unica funzione di contenitore riproduttivo per la prosecuzione della specie.

Orbene, si dà il caso che il culto religioso cui ho accennato sia denominato “Chiesa Cattolica“, e che l’estensore del monito citato in apertura ne costituisca il più autorevole esponente; si deve concludere, pertanto, che detta dichiarazione debba intendersi come un esplicito atto di autoaccusa: ovvero, in alternativa, che siamo di fronte all’ennesima esemplificazione dell’adagio di cui al titolo del presente post.
A voi la scelta.
Cordialità.