1984

September 11, 2007

Sin dal titolo, I’m on fire contiene esattamente tutto il singolare stile di Bruce Springsteen. Del resto fa parte di un disco che è un classico di “musica rock” con l’etichetta, se pure in termini di vendite, che alterna dunque orecchiabili schitarrate a romantiche ballate. Springsteen piace più a chi ascolta la musica italiana che quella straniera, piace più al mio babbo che a me, più alla collega ultracinquantenne che al rockettaro italiano perché in fondo negli anni 70 piacque a tutti ritrovarsi per strada, urlare contro l’effimero sogno che poi è quello che non si può avere, sentirsi addosso la libertà di sognare, di piangere, incoraggiarsi nel sentir narrare vicende di popolo, a ritmo di rock. Springsteen ha scritto tantissimo di denuncia sociale, di riscossa urlata, ha cantato per farsi sentire e negli anni ottanta era già il suo amplificatissimo eco: in questo disco il riscatto sociale arriva persino ad unirsi a vaghi elementi religiosi e non si fermerà qui, arriverà ai giornali, ai tour, ai discorsi appassionati, alle sit com all’11/9 sempre, comunque, alla portata del proprio pubblico.

Hey little girl, is your daddy home
Did he go away
and leave you all alone
I got a bad
desire
I’m on fire

Expecting Everything, and nothing less. Questa è la musica di un artista senza volto, ma dall’anima particolarmente espressiva, in edizione limitata con splendido cofanetto. E’ soft nel suo stile con i Japan, riemerge da solista come uno strumento dalla voce bianca. E’ e vuole essere minimale, impersonale, naturale, ma la sua continua ricerca interiore ha un potere di contagio notevole. Come in questo pezzo, di lacrime lucenti e profondi abbracci, solismi di note e ricongiungimenti di parole, sanguinosa conquista, magnetica attrazione. Il testo, profuma. La musica, è lì.

The lights of the ashes smoulder through hills and vales
Nostalgia burns in the hearts of the strongest
Picasso is painting the ships in the harbour
The wind and sails
These are the years with a genius for living
The rope is cut, the rabbit loose
(Fire at will in this open season)
The blood of the poet, the ink in the well
(It’s all written down in this age of reason)
The animals run through harvested fields of fire
The bitterness shown on the face of the homeless
Picasso is paining the flames from the houses
The sudden rain
These are the years with a genius for living
The rope has been cut, the rabbit is loose
(Fire at will in this open season)
The blood of the poet, the ink in the well
(It’s all written down in this age of reason)
Fire at will
Fire at will
Fire at will

Una generazione facile, quella di Pride. Un’altra, con pochi altri pensieri se non affermare sorridendo di star crescendo bene, in nome di alti ideali. Un pezzo facile molto, e impegnativo molto. Non si sapeva dove sarebbero arrivati gli irlandesi pionieri del rock, Bono e The Edge, mischiando simbioticamente stili ed umori, sogni e impennate di rabbia, fra arrangiamenti, poesia romantica alla Yeats, , cover dei Beatles, blues, pop. Tono disperato della generazione dell’ansia che si fa rassicurante in questo omaggio alla nazione americana, con toni trascendenti ed evocazioni placidamente oniriche, tragedia borghese e virtù strumentali Brian Eno e aria melodica, suonato e cantato come un inno, e una speranza.