E’ quantomeno curioso che il settimanale “Famiglia Cristiana”, nel teorizzare la necessità di modificare la Legge 194, accusi “Pannella e la solita rumorosa pattuglia radicale” di sostenere che l’aborto sia una questione di coscienza, rivendicando come propria l’idea secondo cui esso debba invece rivestire rilevanza pubblica.
A quanto risulta allo scrivente (che di quella pattuglia fa rumorosamente parte) sono state proprio le battaglie radicali a far emergere il fenomeno dell’aborto clandestino, rendendo in tal modo pubblica una problematica fino a quel momento relegata non solo nella sfera del privato, ma nella vera e propria illegalità. Ed è invece il fronte clericale, di cui Famiglia Cristiana si rende autorevolmente portavoce, a insistere che l’aborto costituirebbe una “questione di coscienza” (e come tale stavolta sì, privata), sostenendo che la sua concreta applicabilità debba essere rimessa alla valutazione discrezionale del singolo medico. E’ questo ciò che avviene, tanto per fare un esempio, nel caso dell’aborto terapeutico, la cui opportunità, secondo i detrattori della 194, dovrebbe essere valutata in base alla coscienza (si ripete, privata) del ginecologo di turno, perfino in contrasto con la volontà della donna.
La sensazione è che con questo acrobatico ribaltamento delle categorie di pubblico e di privato Famiglia Cristiana stia semplicemente cercando di pescare nel torbido e confondere le acque, con l’obiettivo di fare in modo che l’aborto torni nella sfera più privata che esista: quella della clandestinità, cui la legge 194, nonostante i revisionismi che si affannano a negarlo, l’ha sottratto.
Alessandro Capriccioli, Roma

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May 14, 2008

Corriere del Mezzogiorno, 23 aprile 2008:

Corriere del Mezzogiorno, 13 maggio 2008:

Per gli amanti del genere, la versione ufficiale.

obiettiamo gli obiettori!

February 26, 2008

Questo post NON è troppo lungo. Lo sembra solo. Troppo lungo è stato il calvario cui è stata sottoposta Margherita, nell’ ospedale di San Giovanni a Roma, dove si era recata per sottoporsi ad una Interruzione Volontaria di Gravidanza.
A seguito di questa vicenda Margherita, che mi autorizza a pubblicare la sua storia, ha denunciato il Primario del reparto, Matyas FINSINGER.
Il dott. Matyas FINSINGER è obiettore di coscienza come tutti gli altri ginecologi dell’ospedale, ad esclusione della Dott.ssa Lopizzo.
La prima udienza del processo si terrà a metà marzo.
Essere riusciti a portare il dott. Matyas FINSINGER in tribunale è già una vittoria.

Storia di un’interruzione volontaria di gravidanza, Roma marzo 2007
Vissuta e scritta da Margherita Brunetti

Sono una donna di quasi 41 anni che nel 2002 ha avuto uno splendido bambino (Alessandro) dopo una gravidanza serena e un parto spontaneo che si è svolto nel migliore dei modi. Nel 2004 una nuova gravidanza anch’essa serena. Il 30 aprile del 2005 nasce la mia secondogenita (Caterina) dopo un parto spontaneo più veloce e facile del primo. Purtroppo il 20 dicembre 2005, in seguito a una visita di controllo dal nostro pediatra, alla bambina viene diagnosticato un enorme fibroma nel cuore, e appena due mesi dopo (22 febbraio 2006) muore a nemmeno 10 mesi di vita (si tratta di un rarissimo caso di fibroma isolato al cuore, ci viene detto che di casi conosciuti ne sono stati individuati 200 in tutto il mondo). La nostra bambina non ce la ridarà nessuno e il dolore che la sua assenza ci procura ogni mattina che ci alziamo dal letto ci accompagnerà per sempre, ma io e mio marito alla fine dell’estate 2006 decidiamo che vogliamo un altro bambino, per noi e per nostro figlio. A settembre 2006 ho avuto un aborto spontaneo talmente all’inizio della gravidanza che non c’è stato bisogno nemmeno del raschiamento, il mio corpo ha fatto tutto da solo. Passano i mesi, resto incinta di nuovo a metà dicembre. Cerco di non stancarmi e stressarmi, non vado più al lavoro.

Il 27 febbraio 2007 alla 12^ settimana di gravidanza mi sottopongo al bitest e dalla ecografia emerge un evidente ispessimento della nuca del feto (6 mm). In quell’occasione il dottore che effettua l’esame (ginecologo del Policlinico Umberto 1° di Roma) mi invita a fare un’amniocentesi che avevo comunque già prenotato precedentemente per il successivo 23 marzo. Il 1° marzo ho un colloquio con il genetista della struttura dove dovrò fare l’amniocentesi (S. Anna – Centro per la salute della donna, Roma). Il dottore in quell’occasione mi dice che è il caso di far vedere il responso dell’ecografia alla ginecologa che appena vede il referto sospetta che possa trattarsi di qualcosa di diverso e più grave di un semplice ispessimento della nuca. Dopo l’ecografia purtroppo la dottoressa conferma il suo sospetto e mi spiega che si tratta di un grosso igroma: questo significa che il feto ha sicuramente un’anomalia che nella migliore delle ipotesi può corrispondere a un problema al sistema linfatico, nella peggiore a una seria malattia cromosomica. Purtroppo stimo moltissimo questa dottoressa che ho avuto modo di incontrare più volte durante le mie due gravidanze precedenti e quindi le sue parole per me assumono un grande valore. Vista questa situazione mi viene consigliato di non aspettare l’amniocentesi ma di sottopormi al più presto ad una villocentesi che mi viene prenotata nella stessa struttura per 6 giorni dopo (il 7 marzo, 13^ settimana di gravidanza). Quel giorno effettuano diverse ecografie (prima, durante e dopo il prelievo) e purtroppo oltre a confermare il grosso igroma viene evidenziata un’altra patologia all’encefalo (facendo aumentare ulteriormente il sospetto di una grave malattia cromosomica). Due giorni dopo, il 9 marzo, per telefono mi comunicano il responso della villocentesi che è senza appello: si tratta di trisomia 13, una delle peggiori malattie cromosomiche, così grave da essere incompatibile con la vita. Mi spiega il genetista che nella maggioranza dei casi sono gravidanze che si interrompono da sole e comunque anche nei rari casi in cui vengono portate a termine il bambino muore entro i primi mesi. Non c’è altro da fare che interrompere volontariamente la gravidanza.

Nei giorni precedenti avevo già parlato di questa eventualità con la mia ginecologa e avevo appreso che abortire dopo la 12^ settimana di gravidanza significa “partorire”. Sì, entro quel tempo la donna viene addormentata, viene praticata un’aspirazione e successivamente il raschiamento. Dopo la 12^ settimana invece bisogna effettuare un “miniparto” che viene indotto attraverso l’applicazione di ovuli che stimolano la dilatazione del collo dell’utero fino alla fuoriuscita del feto, successivamente viene effettuato il raschiamento in anestesia generale. Ma durante il “miniparto” bisogna essere attive come in un parto “normale”. In ogni caso la ginecologa sottolinea quanto sia importante evitare di arrivare troppo in là con la gravidanza, perché più le settimane passano e più è lungo e difficoltoso il “miniparto”. Quindi condivide in pieno il suggerimento del S. Anna di fare la villocentesi in modo che, se ce ne fosse bisogno, ci si troverebbe non troppo avanti con la gravidanza (la villocentesi si può effettuare già a partire dalla 11^ settimana, diversamente l’amniocentesi non prima della 16^).
Appena il genetista mi comunica la terribile notizia, chiamo subito la mia ginecologa per cominciare a mettere in moto la macchina relativa alla interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Mi dice che c’è una brava dottoressa all’Ospedale S. Giovanni, lei la chiama e si accorda che il 14 marzo sarei passata all’ospedale per un incontro.

Mercoledì 14 marzo (14^ settimana di gravidanza) mi reco in ospedale e facciamo un lungo e approfondito colloquio durante il quale la dottoressa Paola LOPIZZO prima si informa sulla mia storia (quante gravidanze, eventuali problemi, ecc.), poi mi spiega come avverrà l’induzione: vengono applicate nel collo dell’utero le cosiddette “candelette” che sono ovuli di prostagaldina, sostanza che induce le contrazioni dell’utero. Un ciclo di induzione prevede un massimo di cinque candelette che vengono applicate ogni quattro ore e di solito è difficile che sia necessario arrivare al massimo consentito. Mi dice che potremo cominciare l’induzione il successivo giovedì (22 marzo). Sono sconsolata (speravo in un appuntamento più ravvicinato), lei mi fa notare che è bene per me che lei mi possa assicurare una presenza costante per tutta la giornata perché lei è l’unica ginecologa al S. Giovanni ad effettuare le IVG (dopo la 12^ settimana). Questo significa che gli altri ginecologi sono tutti obiettori di coscienza per cui se lei mi avvia l’induzione e poi deve andare via nessuno mi assicura continuità, del resto esattamente di quante candelette avrò bisogno nessuno lo può sapere perché ogni donna reagisce in modo diverso. Quindi essendo lei di guardia il giovedì successivo dalle 9 di mattina alle 9 di sera si avrebbe il tempo sufficiente per poter completare il ciclo di induzione. Inoltre mi sottolinea pure che se anche provassi a contattare altre strutture a Roma dove è possibile effettuare una IVG dopo la 12^ settimana di gravidanza sicuramente non sarei riuscita a velocizzare i tempi. In definitiva lei mi prepara un foglio per il ricovero con il quale mi dovrò presentare il mercoledì successivo (21 marzo) alle 8 di mattina al pronto soccorso maternità, nel frattempo lei avrebbe avvertito la caposala del reparto. Quel giorno mi faranno il prelievo per le analisi e farò il colloquio con lo psichiatra (così come previsto dalla legge), lei mi rassicura sulla bravura e l’umanità di entrambi gli psichiatri che lavorano per la legge 194. Giovedì mattina alle 9 avremmo cominciato l’induzione e se tutto fosse andato per il verso giusto venerdì mattina sarei potuta già essere dimessa. Chiedo dove sarò ricoverata e mi fa molto piacere apprendere che non starò in maternità ma a ginecologia, la dottoressa ci tiene a sottolineare giustamente che si cerca di tenere separate le donne che devono abortire da quelle che stanno per partorire o che hanno partorito. Faccio presente infatti che poco prima per cercarla ero stata indirizzata da un’infermiera al reparto maternità e appena ho visto la nursery sono scoppiata in lacrime. Aggiungo anche che probabilmente il pianto mi accompagnerà per tutti i giorni che starò qui in ospedale e lei mi dice “no signora lei può piangere il giorno prima e il giorno dopo, ma giovedì quando cominceremo l’induzione non deve piangere, deve essere attiva altrimenti potrebbe metterci più tempo”. La dottoressa inoltre mi dice che il fatto di aver già partorito due volte dovrebbe agevolarmi e probabilmente il miniparto non durerà molto. Il colloquio con questa dottoressa mi ha trasmesso un po’ di tranquillità, ero arrivata in ospedale molto preoccupata non solo per la cosa in sé che avrei dovuto affrontare, ma anche per il contesto in cui mi sarei trovata. Lei si è dimostrata molto attenta, non tralasciando piccoli particolari che per una donna che si trova in una situazione di estrema fragilità come ero io in quel momento sono molto importanti. Tra le altre cose si è preoccupata anche di mio figlio, mi ha chiesto innanzitutto come avevamo affrontato con lui la morte della sorella e successivamente se lo avevamo già informato che questa gravidanza non sarebbe andata avanti. Rispetto a quest’ultimo punto mi ha dato anche dei preziosi consigli che io e mio marito abbiamo poi utilizzato. Infine mi informo sulla possibilità che una persona possa stare con me durante l’induzione. Mi risponde che è consentito e che sarebbe meglio se fosse una donna: “… perché i mariti a un certo punto li dobbiamo far uscire …”. Rispondo che si tratta di una mia amica che fin dall’inizio si è offerta di accompagnarmi in questo percorso doloroso e che comunque mio marito in quei giorni era impossibilitato a causa di un terribile mal di schiena provocato da un’ernia del disco lombo-sacrale di cui abbiamo appreso l’esistenza proprio qualche giorno prima.

Passano sei giorni e puntuale alle 8.00 di mattina mi presento al pronto soccorso maternità del S. Giovanni con il foglietto preparato dalla dottoressa e indirizzato alla caposala. Aspetto un po’ e poi finalmente mi fanno entrare in una stanza dove a quell’ora (saranno state circa le 9.00) ci sono solo infermieri, una delle quali mi fa domande solo di tipo burocratico (nome, cognome, data di nascita, ecc.), poi mi fa accomodare di nuovo fuori e mi dice che devo aspettare la dottoressa di turno. Dopo circa un’ora mi chiamano di nuovo, entro nella stessa stanza che è molto più animata della volta precedente, ci sono diversi infermieri, un ginecologo sta parlando con una paziente straniera e capisco che ci sono problemi di comunicazione perché la signora non parla italiano, il medico, un po’ infastidito, parlando con un’infermiera dice qualcosa che non capisco ma la apostrofa dicendo “sta cinese …”. Quello che sento mi innervosisce molto è una signora come me che forse sta lì per lo stesso motivo. Io mi siedo affianco a questa signora “cinese” e di fronte a me c’è una dottoressa bionda che comincia a farmi le solite domande: prima gravidanza? ecc. (ogni volta per me è come buttare dell’alcol su una ferita aperta parlare della mia bambina morta e di quest’altra gravidanza che non andrà avanti, ma racconto tutto cercando di non tralasciare nulla pur concentrandomi solo sugli aspetti che penso possano interessare il medico, e le lacrime mi hanno sempre accompagnata in ciascuno di questi colloqui). A un certo punto la dottoressa mi chiede il responso della villocentesi, ne prende atto, trascrive alcune informazioni su quella cartella che aveva cominciato a compilare un’ora prima l’infermiera e vi infila il referto della villocenetsi. Poi dice che mi deve visitare: sempre nella stessa stanza dietro una tenda c’è un lettino ginecologico e un ecografo. Prima mi visita internamente e constata che l’utero è chiuso, successivamente effettua una ecografia al feto. Durante la breve ecografia chiedo se c’è il battito fetale visto che la precedente ecografia risaliva a due settimane prima, la dottoressa evidentemente interpreta questa mia domanda come un dubbio rispetto alla IVG perché mi dice “signora, ma con una patologia così grave battito o non battito non c’è molta possibilità di scelta …” faccio presente che la mia era solo curiosità, tutti i medici con cui ho parlato mi hanno ben spiegato che si tratta di una patologia incompatibile con la vita e quindi la IVG di fatto non è una scelta ma una strada obbligata (allo stesso tempo penso che però lei non mi aiuterebbe ad interrompere la gravidanza perché obiettrice…). Dopo questa breve visita un infermiere mi accompagna in reparto e mi assegnano un letto. Mi sistemo e poco dopo arrivano delle infermiere che mi fanno un prelievo di sangue e successivamente un elettrocardiogramma.
Nel letto affianco al mio riconosco una signora che era in fila davanti a me al pronto soccorso poco prima, la sento parlare con il marito che è lì vicino a lei e capisco che si trova in ospedale per il mio stesso motivo e anche lei ha un appuntamento per la mattina dopo con la stessa dottoressa. Piange, è disperata come me, che però in quel momento non piango e anzi mi faccio forza e le parlo, cerco di darle coraggio, le dico che affronteremo insieme questa cosa terribile. Anche a lei come a me i medici non hanno dato alternative, il feto è affetto da una patologia diversa ma anch’essa incompatibile con la vita. Ha dieci anni meno di me ed è la sua prima esperienza, non ha mai partorito, ma erano due anni e mezzo che lei e il marito aspettavano questa gravidanza. Trascorriamo la giornata tra telefonate con amici e parenti e qualche visita in serata. Arriva il pomeriggio e lo psichiatra ancora non si vede, vado a chiedere informazioni alla caposala, mi dicono che non si sa quando arriverà potrebbe venire anche molto tardi in serata, alcune volte lo hanno visto in reparto persino alle 22.00.

Verso le 20.00 guardando nel corridoio del reparto dal mio letto vedo la dottoressa LOPIZZO, lo dico con stupore alla mia compagna di sventura e confronto le informazioni che avevo io con le sue e coincidono: la dottoressa quel mercoledì mattina era in sala operatoria e doveva essere andata via nel pomeriggio per poi essere di nuovo in ospedale la mattina dopo. Decido di scendere dal letto e di andare a verificare, la incontro nel corridoio, è proprio lei e ha la faccia abbastanza stravolta. La saluto e le chiedo come mai era in ospedale a quell’ora, e mi fa il seguente racconto: nel pomeriggio, quando stava per terminare il suo turno, il primario (dottor Matyas FINSINGER) la chiama per comunicarle che il medico che avrebbe dovuto fare la notte è ammalato per cui lui decide di sostituirlo con lei. La dottoressa fa presente al primario che non vuole rifiutarsi per non fare la notte, ma lei ha un appuntamento per il giorno dopo con due signore che devono fare una IVG e se lei fa la notte è evidente che il giorno dopo non potrà stare in ospedale. La dottoressa mi racconta che ha fatto di tutto per convincere il primario ad effettuare la sostituzione del medico malato con uno degli altri ginecologi del reparto (in totale sono 26, quindi esclusa lei e il medico malato, 24 teoricamente disponibili) ma lui non ha sentito ragioni, le ha fatto un ordine di servizio e le ha detto che delle due IVG se ne sarebbe occupato lui. La dottoressa conclude il racconto con me dicendo che il giorno dopo alle 8.30 sarebbe arrivato lo psichiatra e successivamente alle 9.00 lei ci avrebbe messo la prima candeletta. Poi sarebbe dovuta andar via e successivamente si sarebbe occupato di noi il primario. Andiamo a letto innervosite e impaurite, chiediamo di prendere un farmaco che ci faccia dormire perché siamo troppo agitate per riuscirci da sole. Le gocce purtroppo non fanno molto effetto, la notte sarà caratterizzata da brevi sonni e lunghi momenti di veglia a rigirarsi nel letto. Quella notte come anche le successive abbiamo sentito il vagito di diversi bambini nati nelle sale parto affianco al reparto.

La mattina dopo non succede nulla, alle nove vediamo la dottoressa che va via e noi non sappiamo che cosa ci accadrà. Solo una cosa si chiarisce nell’arco della mattinata: finché non facciamo il colloquio con lo psichiatra la procedura non si può attivare. Intanto arrivano la mia amica Cristina (che quel giorno aveva preso un permesso dal lavoro e visto che ha un contratto da precaria se non lavora, non la pagano!!!) e la mia ginecologa, che stando fuori al reparto seguono tutta la vicenda. Ritorno a chiedere informazioni sulla presenza dello psichiatra in reparto e mi dicono che è atteso per la mattinata ma non si sa a che ora arriverà, potrebbe arrivare anche a fine turno, quindi verso le 14.00. Il tempo passa, la nostra agitazione aumenta. Verso le 10.00 in reparto passa la visita del medico di turno, le stanze sono a sei letti, quando il medico entra nella nostra stanza, legge le cartelle di ciascuna paziente, se ce n’è bisogno alcune le visita, quando arriva in prossimità dei nostri letti non apre nemmeno le nostre cartelle e dice: “ah! queste sono le signore che devono fare l’interruzione di gravidanza, di loro si occupa il primario …”. Sta per andare via, ma io lo fermo gli dico innanzitutto che in cartella ci sono gli esiti delle analisi del giorno prima e visto che ho notato dei valori un po’ più bassi di quelli indicati come normali magari potrebbe dargli un’occhiata. Torna sui suoi passi, prima guarda la mia e poi la cartella della signora affianco a me. Dice che per quello che dobbiamo fare va tutto bene, ne approfitto per chiedere delucidazioni, lui ribadisce che dobbiamo fare prima il colloquio con lo psichiatra e che comunque di noi se ne occuperà il primario.
Finalmente intorno alle 11.30 arriva lo psichiatra che ci accoglie subito nella stanza della caposala una per volta e ad entrambe dice più o meno le stesse cose. Ci fa presente che quello che ci stanno facendo è pazzesco, non è accettabile che il primario cambi il turno all’unica ginecologa non obiettrice di coscienza e ci invita a denunciare tutto. Ci aggiunge anche che questa è una situazione che può verificarsi solo a Roma, lui ha lavorato anche in altre città e quello che vede qui non lo ha riscontrato da nessun altra parte. Ci racconta una storia agghiacciante accaduta qualche giorno prima: è arrivata in ospedale una donna che era stata violentata, questa signora ovviamente ha chiesto che le fosse somministrata la pillola del giorno dopo, ma la farmacia dell’ospedale non ce l’aveva e non c’era nessun ginecologo che in quel momento gliela poteva prescrivere perché tutti obiettori di coscienza. Per risolvere la situazione è stato lo stesso psichiatra che l’ha prescritta e la madre di questa signora è uscita dall’ospedale per andarla a comprare in farmacia e portarla alla figlia. Poi lo psichiatra fa il suo mestiere e ci prescrive degli antidepressivi e dei farmaci per farci dormire da prendere nei giorni successivi solo se ne sentiremo l’esigenza, in ogni caso si rende disponibile per qualsiasi esigenza e ci lascia il suo telefono cellulare.

Dopo questo colloquio decidiamo di cercare il primario e di parlarci. Andiamo dalla caposala che ci dice che il primario si trova nella sua stanza che è appena fuori del reparto e bisogna chiedere alla sua segretaria. Entriamo nella stanza della segretaria che non c’è, la porta che dalla stanza della segretaria accede in quella del primario è aperta e il dottore è dentro. Busso alla porta aperta e chiedo di poter entrare. Il dottore non ci guarda nemmeno in faccia, mentre mi presento e chiedo di potergli parlare, con molta freddezza ci fa accomodare. Ci presentiamo come le due signore che sono in ospedale per una IVG programmata quella mattina, gli diciamo che sappiamo che la dottoressa LOPIZZO è dovuta andare via per un cambio di turno (non facciamo alcun riferimento al fatto che il responsabile di tale cambio è proprio lui). Lo informiamo che abbiamo appena fatto il colloquio con lo psichiatra e che adesso l’unica cosa che sappiamo è che lui è delegato a seguire il nostro caso, si innervosisce immediatamente e ci dice “io non sono delegato da nessuno io qui sono il responsabile …” mi scuso immediatamente per aver utilizzato un termine inadeguato, ma proprio perché lui è il responsabile vogliamo sapere da lui adesso cosa accadrà. La sua irritazione nei nostri confronti è ancora più evidente, ci dice che aver fatto il colloquio con lo psichiatra non significa che adesso è tutto pronto perché la legge prevede dei passaggi “burocratici”, ha utilizzato proprio questo termine, che vanno rispettati e che richiedono tempo, quindi per oggi non accadrà nulla, la mattina dopo ci sarà la dottoressa e allora solo a quel punto si potrà cominciare l’induzione, in ogni caso ci ammonisce dicendo le seguenti parole “signore comunque non prendete impegni per i prossimi giorni perché ci potrebbero volere molti giorni anche tre o quattro perché nessuno può sapere di quanto tempo avrà bisogno ognuna di voi per rispondere alla terapia”. Faccio presente il nostro stato psicologico e di quanto sia penoso per noi sottoporci a questa pratica e che i contrattempi non ci aiutano, lui risponde che la sofferenza non è solo nostra ma di tutte le persone che stanno in ospedale, lui compreso. Inoltre chiedo di nuovo spiegazioni rispetto alla presenza della dottoressa la mattina successiva, visto che sapevo che il suo turno quel venerdì sarebbe cominciato alle nove di sera. A quel punto ci congeda in modo scortese e categorico: “ho detto che la dottoressa ci sarà domani mattina e ci sarà domani mattina”. Lo salutiamo convinte che ci ha detto una bugia per liquidarci. Vado nella stanza delle infermiere a chiedere il turno della dottoressa per il giorno dopo e mi viene confermato il turno delle nove di sera, però mi viene detto anche che se il primario ha detto che la dottoressa ci sarà la mattina dopo probabilmente le cambierà turno. Questo colloquio avviene mentre io piango disperata e faccio presente a questa signora il mio stato d’animo e che adesso non si capisce che cosa ci succederà, lei mi fa presente che in un grande ospedale ci sono tante esigenze da considerare, ci sono urgenze (è evidente che noi non lo siamo), rispondo che mi rendo conto di tutto questo e però mi auguro allo stesso tempo che loro si occuperanno di noi come fanno con tutte le altre signore del reparto, visto che in quel momento mi sentivo assolutamente discriminata a causa della mia situazione di donna che voleva abortire.

Dopo questo colloquio chiamo la dottoressa LOPIZZO al cellulare e le racconto che cosa era appena accaduto, da parte sua mi conferma che il suo turno non è stato cambiato e che quindi ci vediamo il venerdì sera alle nove quando ci metterà la prima candeletta. E’ molto dispiaciuta per questi contrattempi e ribadisce il fatto che di solito lei si organizza in modo da assicurare alle signore che devono fare un’interruzione di gravidanza tutta l’assistenza di cui si ha bisogno e privilegia i turni dove lei è presente nelle ore diurne, in questo caso si vede costretta a rimandare il tutto alla sera/notte successiva con l’evidente svantaggio che questo comporta. Ribadisce anche quanto sia importante cominciare al più presto questa induzione senza perdere altro tempo. Inoltre, visto l’orario non sarà possibile avere qualcuno con noi: prese in giro e anche lasciate sole.
Quella notte ci facciamo ridare le gocce per dormire ma questa volta con una dose molto più elevata e finalmente fanno effetto. Cerchiamo di prepararci psicologicamente alla cosa terribile che ci attende. La giornata di venerdì trascorre senza nulla di rilevante, solo in tarda mattinata arriva il giro delle visite in reparto: prima il medico di turno (lo stesso del giorno precedente) che non ci degna nemmeno di uno sguardo, successivamente il primario con il suo codazzo che ugualmente non ci guarda nemmeno in faccia e con un gesto della mano dice che noi siamo “quelle della dottoressa LOPIZZO”.
Puntuale alle nove di sera arriva la dottoressa che applica ad entrambe la prima candeletta, ci mettiamo anche un po’ a parlare con lei per capire meglio cosa ci accadrà e quali potrebbero essere gli effetti che sentiremo sul nostro corpo. Parliamo anche più in generale della situazione che abbiamo vissuto e di quello che era accaduto con il primario, lei di nuovo si scusa per quello che abbiamo dovuto subire ma allo stesso tempo sottolinea la sua impotenza di fronte a un ordine di servizio del primario che non le ha lasciato scelta, nonostante le sue spiegazioni e proteste. Ci racconta alcuni episodi tra cui due belle storie di donne che erano andate da lei per abortire perché altri medici avevano diagnosticato malformazioni al feto a cui lei però non aveva creduto fino in fondo. In seguito alle ecografie praticate dalla LOPIZZO le signore si sono convinte ad aspettare prima di prendere una decisione definitiva e la dottoressa ha avuto ragione: sono nati due bambini sani. Dai suoi racconti capisco quanta passione questa dottoressa mette nel suo lavoro: è un medico capace di aiutare veramente le sue pazienti, soprattutto nei momenti difficili di gravidanze problematiche. Purtroppo per me e per la mia compagna di sventura la situazione non aveva vie di uscita, anche secondo il suo giudizio. Si congeda da noi dicendoci: “provate a dormire adesso, la prima candeletta di solito provoca leggeri dolori tipo quelli mestruali, quelli più forti si sentono a partire dalla seconda, ci vediamo all’una per mettere la seconda candeletta, se state dormendo vi sveglierò”.

Effettivamente ci addormentiamo i dolori sono lievi, all’una ritorna per la seconda candeletta e ci dice che con lei ci saremmo riviste per l’eventuale quarta candeletta, perché la terza ce l’avrebbe messa un’altra persona. Poco dopo l’applicazione della seconda candeletta a me cominciano i dolori del travaglio, dopo due parti spontanei li riconosco bene, ma comincio anche a sentire altro, sembrava quasi che stessi per svenire (ci avevano spiegato che le prostagaldine sono molto forti e possono dare effetti anche intestinali, come diarrea e vomito), chiamo l’infermiera e mi misurano la pressione, era un po’ bassa. Dopo circa un’ora di questi dolori forti e di questa sensazione di svenimento i dolori cominciano ad attenuarsi fino a sparire completamente, al punto che mi addormento di nuovo. Alle cinque della mattina arriva credo un’ostetrica che ci applica la terza candeletta, purtroppo per me questa non dà nessun effetto e sarà così anche per la quarta che mi verrà applicata dalla dottoressa LOPIZZO alle nove di mattina. Dopo aver fatto questo e prima di smontare dal suo turno, la dottoressa LOPIZZO viene nella mia stanza con il dottor ODDI e davanti a me gli chiede la cortesia di applicarmi la quinta candeletta se ce ne fosse stato bisogno. Purtroppo all’una del pomeriggio il dottore applica la quinta candeletta che continua a non dare alcun effetto. Quella mattina, prima che andasse via chiedo alla dottoressa cosa sarebbe accaduto se il ciclo di induzione continuava a non dare effetti e lei mi spiega che non si può ripetere un secondo ciclo prima che siano trascorse 24 ore dalla fine del primo (per ciascun ciclo non si possono applicare più di cinque candelette). Questo significava che avrei dovuto aspettare tutto il giorno successivo (domenica 25 marzo) e avremmo potuto ricominciare il ciclo di induzione la mattina del lunedì, giorno in cui lei era di servizio ma non per tutta la giornata. Dopo l’applicazione dell’ultima candeletta trascorro il sabato e la domenica con la speranza che il travaglio possa ricominciare da un momento all’altro, alcune volte può succedere che le candelette diano un effetto ritardato (così mi avevano detto sia la mia ginecologa, che la dottoressa LOPIZZO, che anche alcune infermiere con cui avevo parlato in quelle ore di attesa inutile). Ma non succede nulla, ho dei blandi dolori, in ogni caso nessun ginecologo mi visita per controllate la situazione, fino a quando alle nove di mattina di lunedì 26 marzo arriva la dottoressa LOPIZZO. Mi applica la prima candeletta del secondo ciclo alle 9.30. Come già per il primo ciclo sento dei lievi dolori. Alle 13.30 ritorna e prima di inserire la seconda candeletta mi porta in una stanza del reparto maternità dove mi effettua un’ecografia per vedere se c’è ancora il battito fetale (sia io che lei siamo consapevoli del fatto che il battito non può più esserci dopo l’applicazione di ben sei candelette: nell’affrontare questa vicenda pazzesca che mi è capitata ero ben cosciente del fatto che il feto sarebbe morto durante l’induzione del travaglio e infatti la notte del primo ciclo quando mi sono cominciate le prime contrazioni ho salutato il feto e tutto l’immaginario di belle cose che quella gravidanza rappresentava per me, per mio marito e per mio figlio Alessandro). La dottoressa registra l’assenza di battito fetale e lo scrive nella mia cartella clinica, in modo che se io avessi avuto bisogno di una terza candeletta nessun medico poteva opporsi appellandosi all’obiezione di coscienza. Successivamente alle ore 14.00 mi applica la seconda candeletta che sarà anche l’ultima, ma la mia storia non è ancora finita. Cominciano ad arrivare dei dolori che nel giro di un’ora aumentano sia di frequenza che di intensità. Io mi trovo stesa sul mio letto, alle 15.00 iniziano le visite dei parenti e in corrispondenza di ciascuno degli altri cinque letti ci sono più persone. Mi sento profondamente in imbarazzo e comunque non mi sento libera di reagire come vorrei proprio per la presenza di questi numerosi estranei. Visto che ancora i dolori non sono fortissimi mi alzo e comincio a camminare per il corridoio, a un certo punto sento l’esigenza di andare in bagno dove oltre a dare di corpo vomiterò (sempre per gli effetti della prostagaldina). Ritorno in corridoio ma i dolori sono molto più forti e sento che sto per svenire, il marito di una signora che sta in stanza con me mi aiuta, mi sostiene e mi riporta sul mio letto. Chiamo le infermiere, registrano una pressione molto bassa e decidono di mettermi una flebo di acqua glucosata. Dopo poco, un po’ prima che le visite vadano via (intorno alle 16.00), sento che il sacco gestazionale si è rotto e comincia ad uscire tutto il liquido amniotico. Subito dopo comincio a sentire le spinte, le assecondo e poi spingo con forza, intanto per fortuna i visitatori sono usciti. Chiamo di nuovo le infermiere e spiego loro che ho cominciato a sentire le spinte, decidono di portarmi in sala parto. Mi mettono sopra una sedia a rotelle, ho sempre la flebo attaccata. Proprio mentre stiamo uscendo dal reparto e ci stiamo dirigendo alla sala parto, altre due infermiere ci vengono incontro spingendo una culletta con dentro una neonata (il dolore e il senso di vuoto che provo si acuiscono enormemente, comincio a piangere). Il tempo di arrivare in sala parto e le contrazioni sono del tutto sparite: già subito dopo aver chiamato le infermiere si erano affievolite e sono andate scemando sempre più fino a svanire del tutto quando sono arrivata in sala parto. Mi mettono su un lettino e vengo visitata prima dall’ostetrica e poi dalla ginecologa di turno. Dopo avermi visitata hanno entrambe una faccia a punto interrogativo: dicono che non capiscono che cosa hanno sentito per cui decidono di visitarmi di nuovo questa volta con lo speculum. Al termine di questa seconda ispezione sentenziano che è successa una cosa strana “si è staccata la placenta, ma non il feto” (di solito avviene il contrario, prima si stacca il feto e poi la placenta). Comunque mi dicono che ormai dovrebbe mancare poco che aspettiamo un po’ per vedere se ritornano le contrazioni visto che sono quasi le 17.00 e bisogna far passare quattro ore dall’applicazione dell’ultima candeletta prima di effettuare qualsiasi intervento. Faccio presente che questo è il secondo ciclo di candelette e che già con il primo era successo che alla seconda candeletta era partito il travaglio che poi si era fermato e che le candelette successive non mi avevano fatto alcune effetto; e visto che anche questa volta non sento alcun dolore forse si potrebbe pensare a stimolare le contrazioni con l’ossitocina, oppure potrei alzarmi e magari provare a camminare e fare qualche altra spinta. Mi dicono che è meglio se rimango sul lettino e ribadiscono che in ogni caso, anche per un’eventuale induzione con ossitocina, bisogna aspettare un’altra ora per arrivare alle 18.00 quando saranno passate quattro ore dalla seconda candeletta. Se ne vanno, e io resto da sola in una stanza dove abitualmente le donne partoriscono e i bambini nascono. Sono immobile su un lettino ginecologico con la flebo sempre attaccata su un braccio e dall’altro l’ostetrica ha dimenticato di togliermi la fascia che serve per misurare la pressione, non mi dà fastidio anche se comunque mi immobilizza. La stanchezza prevale e per qualche minuto mi assopisco un po’. Entra un’infermiera che controlla il flacone di acqua glucosata e constata che è finito, decide di sostituirlo con un nuovo preparato a base di potassio per darmi un po’ di energie anche se all’ultimo controllo la pressione era tornata normale, mi toglie la fascia che avevo sull’altro braccio.

Dopo poco rientra l’ostetrica che mi aveva visitata precedentemente e ci mettiamo un po’ a parlare, mi chiede delle mie precedenti gravidanze e in particolare della mia bambina (capisco che aveva letto del fibroma di Caterina sulla mia cartella). Poi mi chiede se pensiamo di fare un funerale oppure se ne occupano loro del feto. Rispondo che non abbiamo alcuna intenzione di fare un funerale (ne abbiamo avuto uno solo 13 mesi prima per la mia bambina!!!). In ogni caso chiedo cosa significa che se ne occuperanno loro, mi risponde che il feto verrà “smaltito come materiale organico”. Mi chiede anche se al momento dell’espulsione vorrò vedere il feto insistendo sull’importanza comunque di salutarlo. Le dico che non so risponderle a questo domanda, che ci ho molto pensato e che comunque lo avevo già salutato quando sono cominciate le prime contrazioni. Lei se ne va e resto di nuovo sola. Nella stanza affianco sento l’ostetrica che parla con altre signore (non so se sono solo infermiere oppure c’è anche un medico), parlano di me e del colloquio che abbiamo appena avuto. Sento che c’è qualcuno che non è d’acccordo con l’iniziativa dell’ostetrica, che la prende in giro sulla sua psicologia facile rispetto al “vedere il feto e salutarlo”. Mi chiedo se esiste una procedura oppure è tutto casuale, magari se fosse capitata un’altra ostetrica non mi avrebbe fatto quelle domande: in ogni caso sono d’accordo sul fatto che si tratta di psicologia da quattro soldi inutile e dannosa. Inoltre, mi viene in mente un articolo che avevo letto proprio il giorno che sono stata ricoverata in ospedale sul cimitero per feti che vogliono istituire a Milano. Mi aveva inorridito leggere quell’articolo e adesso provavo le stesse sensazioni di orrore e senso di assurdità.
Dietro di me appeso al muro c’è un orologio che scandisce il tempo che passa. Sento il rumore delle lancette, ma per vedere esattamente che ore sono devo girarmi. Mi girerò tantissime volte perché in quella posizione sono rimasta circa cinque ore! Infatti le contrazioni non mi sono mai tornate anche se tutti i medici che si sono alternati insistevano con il dire che bisognava aspettare che mi tornassero. Verso le 18.30 è arrivato un altro medico a cui ho chiesto di nuovo che mi fosse fatta una flebo di ossitocina, lui risponde che si può fare ma è meglio aspettare ancora un po’, “magari tra un’oretta”. Intanto la mia resistenza è al limite, mentre sono di nuovo sola scoppio in un pianto di dolore che mi accompagnerà per un po’, durante quei momenti di immobilismo totale, mio e delle persone che mi circondano, mi sento prigioniera sia della situazione che della struttura in cui mi trovo. Finalmente arriva una faccia conosciuta: entra in sala parto un vecchio amico che conosco da tanto tempo ma non frequento più, lavora come infermiere in un altro reparto. Cerca di darmi conforto anche se io continuo a piangere in modo disperato. Intanto vengo a sapere da lui che fuori, in corridoio, ci sono altri amici e sta per arrivare anche mio marito. Chiedo di far entrare Cristina che fin dall’inizio si era offerta per starmi vicina in questo brutto momento, ma purtroppo non la fanno entrare. Ci riuscirà successivamente quando il nostro amico trova la disponibilità di un’infermiera più accomodante di quella a cui a aveva chiesto in un primo momento. Con Cristina mi lascio andare al mio pianto disperato, le spiego brevemente cosa era successo fino a quel momento e di quanto mi sentissi “persa”. A un certo punto arriva di nuovo l’ostetrica e mi dice che l’ossitocina non me la possono mettere perché il medico prima lo ha detto ma non lo ha scritto sulla cartella, quindi adesso stanno cercando un altro dottore che possa dare l’autorizzazione. Il mio senso di abbandono aumenta. Circa mezz’ora dopo ritorna l’ostetrica insieme con una ginecologa e finalmente mi viene messa una flebo di ossitocina. Guardo il liquido che scende nel tubicino e penso: “speriamo che almeno questa volta succeda qualcosa”.
Cristina si dà il cambio con mio marito (più di una persona non può essere presente). Quando lui entra cerco di farmi forza e di non trasmettergli tutta la disperazione che sento dentro, ma lui è disperato come me. Inoltre ha i suoi dolori alla schiena che non gli danno tregua infatti trascorrerà quel poco tempo con me muovendosi in continuazione su una scomoda sedia dove non riuscirà a trovare una posizione adatta. Intanto l’ossitocina scende ma io non sento nessun dolore, nessuna contrazione. Insisto con mio marito per farlo andare via, gli dico che ancora non si sa quanto durerà e voglio che lui vada da nostro figlio, che almeno lui stia con Alessandro. Esce e ritorna Cristina quasi contemporaneamente al cambio turno del personale (erano ormai le 21.00). Entra una nuova ostetrica che fa uscire Cristina e mi visita, mi dice che “anche se a me non sembra la situazione sta andando avanti, ormai ci manca poco appena l’ossitocina farà effetto tutto si chiuderà in poco tempo”. Rientra Cristina. Poco dopo le 21.30 entrano nella stanza 5-6 persone, fanno uscire Cristina, alla ostetrica che mi aveva visitata poco prima chiedo come mai tutte quelle persone per me, mi dice: “signora c’è stato il cambio turno e il dottore la vuole visitare”. Questa volta il ginecologo parla poco e agisce, mi mette una mano sulla pancia e l’altra dentro la vagina, fa una manovra secca che dura un attimo, io non sento alcun dolore ma capisco che è tutto finito. Il ginecologo si guarda intorno un po’ arrabbiato con il resto del personale e dice una frase che più o meno suonava così: “ma che intenzioni avevate con questa signora? Quanto tempo la volevate lasciare ancora in queste condizioni? Chiamate subito la sala operatoria … via a fare il raschiamento”. Le infermiere e l’ostetrica che hanno preso tutto quello che il dottore ha tirato fuori dalla mia vagina e lo stanno guardando, si voltano verso di me, capisco e con un cenno dico loro che non lo voglio vedere, lo coprono con un piccolo panno. Rientra Cristina, le dico che è tutto finito, lei è incredula, le spiego cosa è successo, ci abbracciamo e finalmente piangiamo di un pianto liberatorio. Le dico di chiamare al cellulare Marcello mio marito e di avvisarlo, ci parlo direttamente io, gli dico che è tutto finito, lo sento finalmente sollevato, gli dico di non tornare che io sto bene, è in macchina e sta andando dal nostro bambino. Arriva la portantina, saluto Cristina e congedo anche lei. Mi portano in sala operatoria, ma prima di entrare sia l’anestesista che il ginecologo mi fanno “le solite” domande. Quando il dottore mi chiede quante gravidanze ho avuto sono stesa sulla lettiga e comincio il mio racconto piangendo, il dottore resta molto impressionato, così come l’anestesista che è una giovane signora con un bellissimo sorriso. Sono tutti gentili e attenti, l’anestesista mi spiega quello che avverrà, mi addormento guardando il suo sorriso e cercando di pensare a qualcosa di bello, ma non ricordo se ci sono riuscita.

Quando mi risveglio ho qualche attimo di difficoltà a riprendere contatto con la realtà, mi dicono che è andato tutto bene, rimaniamo a parlare pochi minuti con il ginecologo, sono sempre distesa e lui mi dice che spera di aver tolto tutto e di aver fatto un buon lavoro. Poi mi fa una confessione: anche a lui e a sua moglie è capitata una vicenda analoga alla mia, hanno due figli maschi, alla terza gravidanza della moglie dopo la villocentesi scoprono che il feto è affetto da trisomia 18 decidono in fretta di effettuare l’aborto terapeutico (riescono a fare tutto entro la 12^ settimana di gravidanza). Lui è cattolico e obiettore di coscienza, mi confida che per loro è stato un brutto colpo non solo per la cosa in sé ma anche rispetto alle loro credenze religiose: alla moglie l’ha fatta abortire a me e a tutte le donne nella mia condizione NO!!!.

Post donato da Marina

Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita, su Zenit:

«La legge 194 fu varata sotto la pressione del terrorismo».

In sostanza, una cosa del tipo:

«Compagni, la contraddizione fondamentale è oggi quella che oppone la classe operaia e il movimento rivoluzionario al fascio delle forze oscure embrionali della controrivoluzione. Queste forze, sin dal momento del concepimento, tramano per realizzare una rottura istituzionale e cioè una riforma costituzionale prenatale di stampo neogollista. Compagni, entriamo in una fase nuova della guerra di classe, fase in cui il compito principale delle forze rivoluzionarie è quello di rompere l’accerchiamento delle lotte operaie estendendo la resistenza e l’iniziativa armata a coloro che, una volta venuti al mondo, diverranno gli uomini della controrivoluzione imperialista. La classe operaia conquisterà il potere solo con la lotta armata contro gli embrioni delle multinazionali! Contro il neogollismo fetale portare l’attacco al cuore dello stato!»

Debbo ammetterlo: si può dire tutto, del Movimento per la Vita, tranne che non stimoli la fantasia.

L’appropriazione degli eroi

September 11, 2007

Mario Palmaro sul Giornale:

È ripartito in Italia il dibattito sull’aborto e sulla legge 194. È un fatto molto positivo, perché significa che dopo quasi trent’anni di aborto di Stato, la ferita non si è ancora rimarginata. Chi sperava di mettere una pietra tombale sulle istanze dei più deboli e indifesi, quei nascituri che non votano e non rilasciano interviste, dovrà rassegnarsi. Una battaglia persa in partenza? A giudicare da certe reazioni isteriche, sembrerebbe di sì. Ma anche l’indipendenza dell’India appariva un miraggio prima di Ghandi. Anche l’apartheid in Sudafrica sembrava invincibile, e poi venne Mandela.

Facciamo un punto della situazione: l’altro giorno Carlo Casini, parlando della presunta necessità di modificare la 194, ha proposto un avventuroso parallelo con Martin Luther King; oggi Palmaro, per sostenere le stesse ragioni, chiama in causa Ghandi e Mandela.
Mi pare che manchino solo Sandokan, Robin Hood e Batman.
Sotto a chi tocca, gente.

Chiarimento eugenetico

August 29, 2007

Lucetta Scaraffia su Avvenire:

Il caso dell’aborto delle due gemelline di Milano non può essere derubricato a semplice errore medico, come si è cercato di fare anche per la morte, per molti versi analoga, del bimbo di Careggi: è invece un esempio significativo dello stravolgimento culturale che sta prevalendo nel nostro Paese.

Paola Binetti sul Corriere della Sera:

Quello che è stato praticato al San Paolo non è un aborto terapeutico ma un aborto eugenetico.

Nerella Buggio su Cultura Cattolica:

Vi rendete conto? Siamo arrivati a questo e lo chiamiamo gesto d’amore, tragica fatalità. Invece è ABORTO SELETTIVO, come accade in Cina per i feti femmina, come accadeva nei lager.

Eugenia Roccella su Avvenire:

Dopo alcuni giorni, però, tutto torna come prima, e una pesante coltre di silenzio e indifferenza copre la terribile marcia che stiamo compiendo verso la selezione genetica, travestita da libera scelta dei genitori. In questo modo stiamo approdando a risultati di pulizia etnica che nemmeno la peggiore violenza razzista dei governi totalitari è mai riuscita ad ottenere.

Marina Corradi su Avvenire:

Tuttavia, non fare nascere un uomo è la negazione più totale del suo diritto fondamentale, che è vivere. Che il nulla, l’annichilimento siano preferibili, nella cultura corrente, al nascere malati, è comprensibile. Che però ci si chini sul ventre di una donna, e diagnosticando una malattia si pratichi l’aborto affermando di difendere il figlio, è una notevole manipolazione della realtà.

Assuntina Morresi sull’Occidentale:

Eppure la legge 194 non prevede l’aborto eugenetico, cioè non consente l’aborto a causa di malformazioni o anomalie del concepito.

Legge 22 maggio 1978 n. 194, articolo 6:

L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:
a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Sarei davvero grato alle Signore Scaraffia, Binetti, Buggio, Roccella, Corradi, se fossero così gentili da chiarire di che diamine stiano parlando.
Grazie.