Marina Corradi su Avvenire:

«L’idea di alterare le cellule che originano un uomo non piace alla gente semplice. Che avverte istintivamente il sapore, in queste manipolazioni, di un limite trasgredito; del gioco pericoloso di una scienza che non riconosce legge, al di fuori di quella di ciò che chiama progresso».

Tra i tanti aspetti che mi lasciano in bocca un sapore amaro come il fiele, uno mi risulta particolarmente indigesto: allorché la ricerca scientifica, nonostante l’inerzia ottusa e bigotta da cui viene quotidianamente rallentata, metterà a punto terapie e cure per le malattie che affliggono milioni di persone in tutto il mondo, la Corradi e i suoi (molti) sodali non mancheranno, ove sia loro utile, di ricorrervi.
Sarebbe coerente, invece, che costoro dichiarassero pubblicamente, e subito, il loro impegno a non avvalersi mai di quei rimedi.
Neanche in un futuro tanto remoto da rendere sbiadito, e quindi incerto, il ricordo dell’impeto fondamentalista con cui sputarono nel piatto dove mangiano.

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