«Pronto?»
«Mhhh chi è?»
«Sono io. Scusa se ti sveglio, ma abbiamo un problema».
«Spero che sia un problema serio, sai che ore sono?»
«Lo so, lo so. E’ solo che…»
«Taglia corto, ormai mi hai svegliato, dimmi e sbrigati».
«Allora, hai presente la manifestazione di stasera, quella…»
«Ho presente, ho presente. E allora?»
«Be’, c’era un comico, un certo Rivera mi pare…»
«Non lo conosco. E continuo a non capire che mi hai svegliato a fare…»
«Ha fatto una specie di comizio, ha ricominciato con la storia di Welby, sai i funerali, Pinochet e via discorrendo…»
«E allora? Sono mesi che tutti la menano con questa storia, uno più uno meno, tanto poi si cagano addosso e a messa ci vanno lo stesso».
«Eh no, stavolta è peggio, c’era una folla enorme e ridevano e applaudivano, gli davano ragione a quella canaglia, ed erano ragazzi, capisci? Gente giovane, sveglia, difficile da indottrinare e io no so…»
«Smettila subito con queste scene da seminarista, non ti pago per farti venire queste crisi isteriche hai capito?»
«Sì, ma la folla…»
«Questa è bella. Adesso proprio noi ci spaventiamo per una folla?»
«No ma stavolta mi pare diverso…»
«Ma che diverso e diverso! Dite che è un delinquente, un criminale, anzi un terrorista, ecco dite proprio così, che è stato un atto di terrorismo. E adesso lasciami dormire».
«Ma la folla…»
«La folla a quest’ora se n’è già scordata, sono tutti incolonnati per tornare a casa e stanno tirando giù un vivamaria di bestemmie da scomunicarli tutti. Invece tu sei ancora qua che te la fai sotto. E’ un terrorista, punto. Lo difenderanno, per un paio di giorni, forse, poi non se ne parlerà più. Se gli mettiamo abbastanza paura scriverà pure una lettera di scuse, magari dirà che è credente e che lui non voleva offendere nessuno e bla bla bla. Tra una settimana non ricorderanno manco chi è».
«Dici?»
«Dico, dico. E adesso vado a letto davvero. Ma domani mi sentite eh? Devo pensare a tutto, ho un esercito di persone a libro paga e mi si sveglia di notte per una stronzata del genere…»
«Scusami. E’ solo che sono all’inizio e…»
«Va bene, va bene, adesso basta. Buonanotte».
«Buonanotte, e grazie».
«Ah, un’altra cosa».
«Dimmi pure…»
«Se, come credo, il tipo dovesse scusarsi, ritrattare, insomma se facesse un comunicato, una lettera in cui dice che gli dispiace…»
«Sì?»
«In quel caso, che non lavori mai più, neanche in una televisione condominiale».
«Ma…»
«Niente ma. Conosci la regola: più si sottomettono, più vanno schiacciati».

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Non credo sia importante, giunti a questo punto, esprimere un giudizio qualità artistica della satira di Andrea Rivera: ognuno, com’è noto, ha la propria sensibilità (o quella che preferisce gli sia attribuita), e sarebbe perfino comprensibile (sia pure con grande difficoltà) l’eventualità che l’Osservatore Romano si fosse dichiarato irritato per il modo irriguardoso in cui talune considerazioni sono state espresse.
Sta di fatto che la vicenda, evidentemente, verte su un tema assai diverso, per la verità ben più importante: quello relativo alla supposta inammissibilità delle critiche rivolte alla Santa Sede.
Nel caso specifico, Rivera ha chiesto al Vaticano come sia possibile che a Welby siano stati negati i funerali religiosi, i quali invece sono stati accordati senza alcuna difficoltà a sanguinari dittatori della risma di Pinochet; trovo che la domanda, ancorché espressa attraverso il filtro della satira, contenga un dubbio decisamente serio e tutt’altro che trascurabile (peraltro condiviso da una buona parte della comunità dei credenti); dubbio che, per un motivo o per l’altro, i vertici vaticani si sono sempre rifiutati di fugare in modo chiaro.
L’impressione è che la Chiesa Cattolica abbia ormai fatto proprio, un metodo piuttosto singolare, consistente da un lato nel rivendicare un ruolo, e dall’altro nel volersi sottrarre agli oneri e alle responsabilità che quel ruolo comporta: è quanto accade da anni, ad esempio, nel campo dell’impresa e del commercio, cui gli enti ecclesiastici si dedicano con grande profusione di risorse, sottraendosi, tuttavia, agli obblighi (uno per tutti, quello di natura fiscale) che normalmente si ricollegano all’esercizio di quelle attività.
Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni non è altro che l’applicazione dello stesso metodo al campo della politica: la Chiesa rivendica a gran voce il diritto di esprimere le proprie posizioni nella sfera pubblica, ma si ostina a non voler accettare le critiche che sono connaturate a quel ruolo, bollandole sistematicamente come aggressioni e rifiutandole, quindi, in quanto tali.

Il che conduce a un interrogativo ancora più angoscioso: siamo noi, ad essere dei terroristi, o sono loro ad essere dei dittatori?