Era la fine di gennaio del 2024 quando installarono a tutti, sotto la base del collo, il microchip che rilevava le intenzioni e mandava un segnale al computer centrale.
Naturalmente, dissero che era per il nostro bene.
Noi ci credemmo.
Nei tre anni successivi i crimini si ridussero a un quinto.
Qualcuno si lamentava del fatto che centinaia di persone fossero arrestate per delitti che avevano soltanto immaginato.
E’ il prezzo della sicurezza, dissero, e misero in galera i detrattori per opinioni eversive dell’ordine costituito.
Qualcuno, in quei giorni, scese in strada a festeggiare.
Molti, per la verità, diedero fuori di matto, terrorizzati dall’idea di poter pensare accidentalmente qualcosa che non andasse a genio al cervellone: alcuni di loro furono ricoverati in appositi istituti, dai quali non uscirono mai più, altri si suicidarono prima che le guardie facessero in tempo a raggiungerli per impedirglielo.
Allora non potevamo saperlo, ma ci avevano visto più lungo di noi.
All’inizio del 2028 i ben informati iniziarono a vociferare che alcuni hacker avessero trovato il modo di disattivare il chip: si rifugiavano sulle montagne, dicevano, dove i gendarmi non riuscivano ad arrivare tempestivamente, si spostavano tutti i giorni e provvedevano alla modifica gratuitamente e in meno di mezz’ora.
Furono in tanti a mettersi nelle loro mani, anche se qualcuno non sopravviveva all’intervento, e quelli che ce la facevano erano condannati a una vita di clandestinità, oltre che a un torpore continuo e a una certa difficoltà nel pronunciare le palatali.
Il Comitato Centrale iniziò a sguinzagliare le squadre speciali sulle montagne: molti hacker vennero arrestati, e i pochi che scamparono furono costretti a riparare nel sistema fognario delle città, sotto il livello della strada, da cui si diceva che il segnale del chip arrivasse assai disturbato e frammentario.
Gli scienziati del Comitato, nel frattempo, iniziarono a lavorare a una modifica del software.
L’aggiornamento fu pronto nel 2031: una volta registrata l’intenzione, la nuova versione del programma non si limitava a mandare un impulso al computer, ma provvedeva direttamente a paralizzare il soggetto, in modo che le guardie potessero andare ad arrestarlo con tutta calma.
Era una svolta epocale nella gestione della della sicurezza, ci dissero.
Ci credemmo un po’ meno delle altre volte, ma fummo molto attenti a non pensarlo distintamente: quelli che non seppero trattenersi vennero arrestati e condannati all’ergastolo con l’accusa di sovversione all’ordine pubblico.
Da quel momento i delitti divennero sporadiche eccezioni, bizzarre discontinuità, trascurabili anomalie.
I poliziotti non si prendevano nemmeno la briga di andare ad arrestare quelli che avevano manifestato l’intenzione di compiere i crimini più efferati: li lasciavano semplicemente dov’erano, incapaci di muoversi, a crepare di fame e di sete.
Un camion li andava a ritirare ogni settimana dove erano rimasti.
Era il 2034, e il crimine era stato pressoché sconfitto: la popolazione era diminuita di un terzo, i cittadini superstiti erano ordinati e mansueti.
I poliziotti in servizio erano triplicati.
Anche quello, dicevano, era il prezzo della sicurezza: nessuno, tranne qualche irriducibile squilibrato che veniva arrestato e condannato a morte nel giro di poche ore, si permise di domandarsi se fosse d’accordo o no.
Restava da risolvere il problema di quelli che vivevano ancora nel sottosuolo come topi, lavorando febbrilmente alle nuove modifiche del software per neutralizzare il chip: la polizia si organizzò, fece delle retate, iniziò a presidiare le fogne fino a decine di metri sottoterra.
Gli hacker furono sterminati come mosche.
Si vagheggiava, però, che alcuni di loro fossero fortunosamente scampati agli arresti, e dopo un anno buono iniziò a correre la voce che quei ribelli superstiti avessero quasi messo a punto un virus nuovo di zecca contro il nuovo sistema di controllo del chip.
Quelli del Comitato Centrale, però, li anticiparono.
Venne diffusa la notizia che di lì a poco sarebbe stato pronto un terzo e definitivo aggiornamento del software: il nuovo sistema, dopo aver rilevato i pensieri non graditi, li avrebbe semplicemente cancellati, ricondizionando il soggetto in tempo reale e risolvendo il problema alla radice.
Da mesi nessuno si azzardava a pensare più a niente; i più riottosi (pazzi scatenati, senza il minimo istinto di autoconservazione), che ritenevano quella notizia una semplice mossa propagandistica, vennero fermati dovunque si trovassero e giustiziati sul posto, in un silenzio irreale, con un colpo di rivoltella alla nuca.
L’annuncio della nuova release è stato dato ieri, con un messaggio del Governatore a reti unificate: a partire dalla prossima settimana la versione 3.0 del software sarà installata su tutti i microchip del paese; a ciascun cittadino sarà inviata una mail con le coordinate dell’appuntamento negli ambulatori pubblici che provvederanno all’operazione.
Oggi è il 15 settembre 2036.
Io, più o meno trentasette metri sotto l’Esquilino, ho finito di scrivere le ultime righe di codice venti minuti fa: la nuova versione del virus funziona perfettamente, ed è in grado di disattivare completamente il software che sarà ancora in uso per pochi giorni.
La cattiva notizia è che il prezzo da pagare, in cento casi su cento, è il completo azzeramento cerebrale.
Il che, a occhio e croce, equivale a dire la morte istantanea del soggetto.
E’ tanto che non parlo con nessuno.
A dire il vero, credo di essere rimasto l’unico ancora in libertà.
Lascio questa lettera a chi dovesse riuscire a rifugiarsi qua sotto nelle poche ore che ancora gli restano.
L’eseguibile del virus è nella eprom dentro al lettore: se tutto va come dovrebbe andare, li troverete entrambi collegati al cavetto usb che ho modificato, che a sua volta sarà attaccato al mio microchip.
Qua, appena sotto la base del collo.
Click.

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