La notte, a volte, mi capita di fare una gran fatica ad addormentarmi: e siccome leggere fino a tardi, invece di farmi venire sonno, finisce per tenermi sveglio ancora più a lungo, a un certo punto spengo la luce, mi metto giù, chiudo gli occhi e immagino una storia.
Sono sempre le stesse, quelle storie: s’intende, però, che con il passare degli anni diventano più lunghe, più articolate, più complete; perché io, che sono un perfezionista, le aggiusto, le limo, le rifinisco, aggiungo dettagli, metto a punto i particolari, finché non diventano dei veri e propri film: con tanto di battute, inquadrature, stacchi, e a volte (anche se non sempre) perfino la colonna sonora.
Naturalmente ho la mia storia preferita, tra quelle che immagino quando non riesco a dormire: è quella, chissà perché, che ho curato di più, e quindi è diventata la più lunga di tutte.
In quella storia cammino sotto casa mia (è proprio il portone di casa, quello che immagino, ed è uguale in tutto e per tutto al portone vero) e attraverso la strada per andare a comprare le sigarette (vado a prenderni un pacchetto di Marlboro rosse, lo so perché nell’immaginazione ho finito le Lucky Strike la sera prima, e per una volta voglio fumarmi qualcosa di diverso); arrivato all’altezza della linea di mezzeria (una linea tratteggiata e un po’ sbiadita, come quella originale, alla quale, nella mia immaginazione, ho aggiunto una macchia di catrame sulla parte più bianca) mi accorgo che un tizio (alto, smilzo e biondastro, con una Lacoste verde smeraldo), a una decina di metri da me, sta parlando al cellulare (un Motorola sottile, di quelli che si aprono a libretto, con una specie di pupazzetto blu appeso sotto al microfono); me ne accorgo perché sta ridendo forte, con una risata sguaiata e grassa, tanto che i passanti (una signora anziana con una busta della Giesse, un facchino che spinge da qualche parte un carrello con un pianoforte verticale, e più in là una ragazzina sui quindici anni con un paio di Adidas rosse) si girano anche loro, come me, attirati da quella risata fragorosa.
Sarei curioso di sentire cosa dice, il tizio con la Lacoste, ma proprio mentre ci provo mi passa davanti una macchina (una Smart color canna da zucchero, guidata da un signore calvo, sulla sessantina, in gessato e cravatta a pois) con la marmitta bucata. Quando la macchina è passata, è troppo tardi: il tipo ha già chiuso il telefono, la ragazza con le Adidas si è infilata in un negozio, la signora col carrello ha girato l’angolo.
Mentre cerco di immaginare le parole che non sono riuscito a cogliere (immaginazione nell’immaginazione, roba da circo Barnum della psicanalisi) arrivo alla tabaccheria: saluto, chiedo le sigarette, le pago con un pezzo da venti e le metto in tasca (in quella sinistra, insieme alle chiavi di studio): mentre prendo il resto, una monetina da dieci mi cade nella fessura del bancone (ci provo sempre, nell’immaginazione, ad evitare che scivoli là dentro, ma ogni volta quella mi frega e ci finisce lo stesso), e allora la tabaccaia sorride, mi dà una monetina uguale prendendola dalla cassa e mi dice, con una vocina sottile, di non preoccuparmi, che dopo la recupererà lei.
Poi apro la porta ed esco.
Non sono mai riuscito a proseguire la storia oltre questo punto, perché proprio mentre sto uscendo dalla tabaccheria, immancabilmente, mi addormento.
Dev’essere per questo che ho finito per convincermi che fuori da quella porta debba accadere qualcosa di straordinario; e che se per una volta riuscissi a restare sveglio un’altro po’, magari appena un minuto, potrei finalmente sapere di che si tratta.
Fantasie, capirete, e nulla di più.
Eppure c’è un fatto.
L’altra mattina, uscendo di casa, mi sono ricordato di aver finito le sigarette proprio la sera prima; così ho deciso di andarle a comprare, e mentre attraversavo la strada ho notato che sulla striscia di mezzeria si era depositata una macchia di catrame che prima non c’era. Poi ho alzato la testa, mi sono guardato intorno e tutto, incredibilmente, era come nella storia che avevo sempre immaginato: il tizio al cellulare, la ragazza con le adidas, la signora con la busta della spesa, il facchino col pianoforte, la risata, l’uomo calvo sulla smart, la marmitta bucata.
La scena era talmente identica a quella della mia immaginazione che, capirete, mi sono precipitato in tabaccheria con il cuore in gola: finalmente avrei saputo, per giunta vivendolo davvero, come andava a finire quella faccenda.
Al momento di comperare le sigarette, però, sono stato preso da una strana angoscia: “E se quello che succede quando esco” ho pensato “non mi piacesse? Se fosse qualcosa di terribile o di spaventoso?” L’idea, fino ad allora inesplorata, mi aveva colto alla sprovvista, e quasi mi paralizzava.
Ormai, però, c’ero dentro fino al collo: la storia era andata esattamente come l’avevo immaginata ed era arrivata quasi alla fine: il pacchetto di Marlboro, rosso fiammante, era già dentro alla tasca sinistra, insieme alle chiavi, e come se non bastasse l’avevo già pagato con una carta da venti (l’unica banconota che avessi in tasca). Il solo modo per cambiarla, per farne una storia diversa rispetto a quella che avevo immaginato, per evitare di fare i conti con quello che avrei trovato oltre la porta, era acchiappare al volo quella monetina prima che finisse nella fessura del bancone; prima che la tabaccaia mi sorridesse e me ne desse un’altra dalla cassa; prima di uscire e affrontare quello che ormai, per me, era diventato l’ignoto.
E’ stato proprio in quel momento, mentre cercavo di vincere il terrore che mi aveva colto e mi preparavo alla complicata operazione di salvare la monetina dalla caduta, che la tabaccaia mi ha parlato, guardandomi dritto neglio occhi, con la stessa vocina sottile della mia fantasia:
“Lascia perdere, e rilassati. Tanto non serve a niente”.
“Come dice, scusi?”
“Lo sai benissimo, cosa sto dicendo: se questa monetina deve cadere, lasciala cadere; oppure pensi davvero che prendendola al volo potrai far scomparire quello che c’è oltre la porta? Pensi che basti una sciocchezza del genere, per cambiare il destino?”
L’ho guardata e non ho risposto.
Lei aveva un bel sorriso, i capelli lunghi, una scollatura vertiginosa sotto la quale si intravedevano un reggiseno di pizzo nero e la mano esperta di qualche biscottato chirurgo plastico.
Non ho risposto, dicevo, ma ho preso il resto con grande attenzione. La monetina, stavolta, mi è rimasta in mano senza cadere. Ho aperto la porta mentre mettevo i soldi in tasca (la tasca destra dei pantaloni, come sempre) e sono uscito.
Non saprei dire esattamente cosa ci fosse fuori: c’era un bel sole, come quando ero entrato, e il solito viavai delle otto di mattina. Qualunque cosa fosse, però, la scena era diversa (ne sono sicuro) da quella che avevo aspettato tanto a lungo nella mia storia notturna, e che avevo temuto fino a pochi secondi prima; diversa da quella che avrei trovato se la monetina mi fosse sfuggita dalle mani.
Alla faccia della tabaccaia e del suo chirurgo plastico.
Da quel giorno non ho smesso di immaginare questa storia, quando non mi viene sonno; ma da allora, chissà perché, la trama è leggermente cambiata.
La monetina, infatti, non cade più nella fessura, perché ogni volta, con magistrale abilità, la acchiappo al volo. Poi la metto in tasca ed esco, mi accendo una delle sigarette che ho appena comprato (la prima a sinistra del pacchetto, come faccio sempre) e me ne vado passeggiando verso la macchina; finché, proprio mentre sto per infilare la chiave nella portiera (nell’immaginazione non ho l’affarino che apre la macchina a distanza), mi ricordo che non ho fatto colazione, e allora mi viene voglia di un cappuccino. Ragion per cui torno indietro, percorro una decina di metri e faccio per aprire la porta del bar.
A quel punto, immancabilmente, mi addormento.

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Your Mind (…reprise)

February 27, 2008


What’s the ugliest
Part of your body?
(Darling, when I . . . )
What’s the ugliest
Part of your body?
(Darling, when I look in your eyes . . . )
Some say your nose
Some say your toes
(My dearest, my darling, my . . . darling darling . . . )
But I think it’s your MIND . . .
(My darling)
I think it’s your mind
(The ugliest part of your darling)
I think it’s your mind
(Your mind is ugly)
I think it’s your mind
(Your mind . . .)
I think it’s your mind
I think it’s your mind
I think your mind is the ugliest part of your body
(Your body, your body, your body, your body . . . )
I think your mind is the ugliest part of your body
(Your mind it’s ugly)
I think your mind is the ugliest part of your body
(Won’t you please leave my nose alone!)
(Your body, your body)
(Don’t touch my nose, thank you!)
Your body, your body . . .
Do it again!
Do it again!
(ingannando l’attesa…)