E’ quantomeno curioso che il settimanale “Famiglia Cristiana”, nel teorizzare la necessità di modificare la Legge 194, accusi “Pannella e la solita rumorosa pattuglia radicale” di sostenere che l’aborto sia una questione di coscienza, rivendicando come propria l’idea secondo cui esso debba invece rivestire rilevanza pubblica.
A quanto risulta allo scrivente (che di quella pattuglia fa rumorosamente parte) sono state proprio le battaglie radicali a far emergere il fenomeno dell’aborto clandestino, rendendo in tal modo pubblica una problematica fino a quel momento relegata non solo nella sfera del privato, ma nella vera e propria illegalità. Ed è invece il fronte clericale, di cui Famiglia Cristiana si rende autorevolmente portavoce, a insistere che l’aborto costituirebbe una “questione di coscienza” (e come tale stavolta sì, privata), sostenendo che la sua concreta applicabilità debba essere rimessa alla valutazione discrezionale del singolo medico. E’ questo ciò che avviene, tanto per fare un esempio, nel caso dell’aborto terapeutico, la cui opportunità, secondo i detrattori della 194, dovrebbe essere valutata in base alla coscienza (si ripete, privata) del ginecologo di turno, perfino in contrasto con la volontà della donna.
La sensazione è che con questo acrobatico ribaltamento delle categorie di pubblico e di privato Famiglia Cristiana stia semplicemente cercando di pescare nel torbido e confondere le acque, con l’obiettivo di fare in modo che l’aborto torni nella sfera più privata che esista: quella della clandestinità, cui la legge 194, nonostante i revisionismi che si affannano a negarlo, l’ha sottratto.
Alessandro Capriccioli, Roma