1979

August 28, 2007

Non mi metterò a pontificare sui Pink Floyd, perchè, volontariamente, non ci sono cresciuta. Tutti i pezzi di The Wall sono monumentali nella loro inquietudine, opprimono, ma attraggono come potenti magneti. Uscito in fretta per esigenze commerciali, e registrato a pezzi (le tastiere vengono aggiunte per caso, dopo la prima registrazione delle basi) è un album studio, uno show, un film, dal quale Hey You è l’unico pezzo escluso. The Wall è più che mai una chitarra paralizzante, l’emblema dell’alienazione e dell’estraniazione dal mondo. Come una bolla di sapone insonorizzata che ti racchiude, e vola verso l’alto. Una barriera, che il suono riesce alla fine a sfondare, maestoso. Il concept nasce da un contrasto tra Waters e un suo fan, durante un concerto, che porta Waters a un gesto estremo, che lo fa riflettere. L’incomunicabilità, la distanza psicologica tra l’artista e il pubblico.

Ai concerti, il gruppo era stato murato dentro, il pubblico lasciato di fronte ad una barriera enorme, bianca.

“Is there anybody out there?

“Il miglior punto di The Wall è trovarsi in cima ad esso”, dirà Gilmour.

« La nostra musica può darvi i peggiori incubi, o lanciarvi nell’estasi più affascinante. Solitamente si verifica questa seconda opzione. Ci accorgiamo che il nostro pubblico smette di ballare: rimangono tutti in piedi, a bocca aperta, in estasi.»

Bee Gees (Brother Gibbs), Tragedy. Puro falsetto di fine anni ’70 che, a metà carriera, ne decreta il successo per altri due decenni. Girando intorno al Pop (soft), al country, con qualche spruzzata di folk sono in effetti le hits più ballate perchè semplici, melodiche, versatili e per nulla pretenziose, spensierate e leggere come volevano sentirsi, ballando la disco music, le generazioni di allora. Tornati dall’Australia in Inghilterra, loro paese di origine, riuscirono persino ad avere successo a convivendo con i Beatles. Ricevettero parecchi riconoscimenti, tra cui American Music Awards, Brit Awards e World Music Awards, e palco dell’Ariston di Sanremo. Alla fine di dicembre del 2002, furono nominati baronetti dalla Regina Elisabetta II. Seguì un lento declino, legato probabilmente al ciclo di vita del genere, Fu così che, negli anni Ottanta, i Bee Gees, ormai in fase calante come band, si dedicarono a numerose collaborazioni con altri artisti, tra cui Felder, il chitarrista degli Eagles. Easy-listening.


10.15, Saturday Night. Ci sono sonorità strane, nel primo pezzo del disco d’esordio dei Cure. Three imaginary boys singin’ in my sleep. Poco basso, la batteria ancora nel sound tra new-wave e fine punk e un perenne pendolo di chitarra ritmica orientata al pop inglese, con la tonalità come unico accenno dark.

and i’m crying for yesterday
and the tap drips
drip drip drip drip drip drip drip…

it’s always the same…


La musica, urgente e frenetica, parte in quinta e va in crescendo, la voce e il testo sono belli da causare dolore. Robert Smith, un dandy come cantante. “Poetico, triste, esagerato, magico, isterico, narcotico, liquido, amnesico, suadente, sognante, umido, notturno Peter Pan. Un basso cupo e invitante. Cattiveria, dolore, disincanto.” E’ solo l’inizio. The Cure.

Every person can connect to The Cure’s dreamworld where life can be insane, melancholy, anger, lost, hysterical and joyful, all at the same time.

E’ con queste note, da me molto amate, che sono felice di chiudere.
Presto riavrete Metilparaben.

« Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore

Il dolore che davvero sente »

Advertisements