Due zingari

October 7, 2007

La signora ne ha ancora per poco: un mese, forse due.
O almeno così ripete, con uno strano sorriso amaro, ogni volta che qualcuno occupa un centimetro del posto per disabili sotto casa: vengo dal centro oncologico, dice con quel sorriso, tra due mesi non ci sono più, e ancora mi tocca scendere a protestare con questi assassini che vogliono rubarmi il parcheggio.
Allora posiziona la macchina in diagonale, la signora, obiqua, come per cercare di difendere quel posto, conquistato a forza di domande e ricorsi e liti furibonde col comune: perché un figlio down, dicono quelli del comune, può camminare, non è mica in carrozzina un figlio down, allora lo dica che il posto serve a lei che è vecchia, guardi che lui è giovane e forte, magari sa prendere anche l’autobus da solo.
Così va a finire che una domenica come un’altra uno se ne sta al giardinetto dove si può sciogliere il cane, e capita che quel giardinetto si trovi su una specie di montagnola, una ventina di metri sopra al livello della strada, in modo che si possa guardare sotto e vedere quelli che passano; e magari passano proprio la signora e suo figlio, lei con le caviglie gonfie e l’ombrello in mano perché non si sa mai, lui con le lenti da sole sopra gli occhiali e i capelli tenuti indietro dalla gelatina.
Passano l’uno sottobraccio all’altra, lentamente, in silenzio, piantati ben dentro al marciapiede, guardando avanti nell’aria ferma di quella domenica qualsiasi; presumibilmente, in qualche modo, felici.
Non c’e attesa, in quella passeggiata che è una specie di ossimoro, perché sembra non portare in nessun posto. Semplicemente, quella passeggiata è là; e loro la assaporano, dando bella mostra, ad ogni passo, che sarà una delle ultime, e che in qualche modo se la stanno godendo.
Non c’è nessuno con cui prendersela, questa volta; e io, sinceramente, non ci sono abituato.
Nell’iPod c’è un pezzo di De Gregori, Due Zingari.
Alzo il volume, accendo una sigaretta.
Li guardo passare, finché non spariscono dietro l’angolo.

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Mongolismo superficiale (*)

August 31, 2007

Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita, ha ieri affermato che

L’aborto è sempre un male, ma la selezione embrionale aggiunge ingiustizia ad ingiustizia, tanto più se ricordiamo che ci sono famiglie disposte ad adottare un bambino down e che il mongolismo consente oggi di condurre una vita felice.

Da fratello di persona con Sindrome di Down, sono ben consapevole (e me ne rallegro) del fatto che negli ultimi anni la qualità della vità delle persone con Trisomia 21 sia decisamente migliorata; l’equazione proposta da Casini, secondo la quale le persone con Sidrome di Down condurrebbero oggi una vita felice, è tuttavia a dir poco semplicistica, poiché non tiene conto delle grandi difficoltà che molte famiglie in cui vive una persona con Trisomia 21 debbono tuttora affrontare quotidianamente.
Ha idea, Casini, degli sforzi che occorrono per assicurare a una persona con Sindrome di Down un livello di vita non felice, ma appena accettabile? E’ consapevole, Casini, che in taluni casi l’esito di quegli sforzi, per quanto convinti e incessanti, può essere tanto modesto da generare in coloro che li hanno posti in essere angosciosi sensi di colpa? Ha riflettuto, Casini, sul dramma di alcuni genitori, che si domandano chi potrà provvedere, dopo di loro, ai bisogni di un figlio con Sindrome di Down? Ha nozione, Casini, delle problematiche di ordine psicologico che le persone con Sindrome di Down debbono fronteggiare, allorché si rendano consapevoli della loro condizione e si trovino a doverla affrontare?
La risposta a queste domande è tutta nella parola che il Presidente del Movimento per la Vita sceglie per il suo comunicato: “mongolismo”; parola desueta già trent’anni fa, inesatta, antiscientifica e mortificante, unanimemente respinta da tutti gli operatori del settore.
Una parola che la dice lunga sulla superficialità con la quale Casini ha inteso affrontare la tematica della Sindrome di Down e dell’eventuale scelta di interrompere la gravidanza da parte delle donne cui essa viene diagnosticata: una superficialità che, a prescindere dalla rispettive posizioni sul tema dell’aborto terapeutico, è oggettivamente offensiva per le persone con Trisomia 21 e per le loro famiglie. Una superficialità della quale il Presidente del Movimento per la Vita farebbe bene a scusarsi.

(*) Il testo del comunicato è stato pubblicato oggi sul sito dell’Associazione Luca Coscioni.

Discriminazione adottiva

April 16, 2007

Su alcune notizie di cronaca, si sa, è opportuno essere cauti, evitando di esprimersi con precipitazione su quelle che, alla lunga, potrebbero rivelarsi delle mezze verità.

Potrebbe rivelarsi non del tutto veritiera, per esempio, la notizia che a una famiglia di Ravenna sia stata negata l’adozione della bimba di cui è affidataria a causa della presenza, nella famiglia stessa, di un bambino con Sindrome Down.

L’adozione, ad esempio, potrebbe essere stata concessa ad altra famiglia già in lista d’attesa, preferita a quella di affidamento in base a qualche normativa inderogabile, ancorché discutibile; in tal caso, non c’è dubbio, il tenore della notizia suonerebbe alquanto diverso da quello rilevabile oggi sul sito della Stampa: «I genitori affidatari: adozione negata, abbiamo un figlio down».

Resterebbe, tuttavia, l’altra mezza verità, quella superstite; resterebbero le parole pronunciate dal giudice nel comunicare all’aspirante mamma la notizia della negata adozione: «Mi chiedo se poi le farebbe bene crescere con un fratello così».

Resterebbe la consapevolezza, amara, del fatto che una mezza verità è più che sufficiente per una discriminazione intera.