La prova del nove

January 15, 2008

Otto gennaio 2008: Giuseppe Luigi Palma, Presidente dell’Ordine Nazionale degli Psicologi, chiarisce in modo inequivocabile (se ancora ce ne fosse bisogno) che l’omosessualità non è una malattia; e che, pertanto, essa non può essere in alcun modo “curata”, come invece blaterano alcuni integralisti:

«E’ evidente quindi che lo psicologo non può prestarsi ad alcuna “terapia riparativa” dell’orientamento sessuale di una persona».

Quindici gennaio 2008: soltanto una settimana più tardi, Claudio Risè riprende l’argomento su Avvenire:

«Ora, come si concilia il “diritto all’autodeterminazione e all’autonomia del paziente” col rifiuto di terapie che accolgano il bisogno che egli esprima di modificare il proprio orientamento sessuale? Se una persona credente, con tendenze omosessuali, si rivolge ad un terapeuta perché queste gli causano disagio, lo psicologo può derogare al rispetto di “opinioni e credenze? In quel caso non rispettando, cioè, la sua fede religiosa, perché ha un orientamento omosessuale?”»

Fate attenzione, gente, perché il passaggio è acrobatico: il fatto che un individuo possa lamentare un disagio perché è omosessuale equivarrebbe, secondo Risè, a qualificare l’omosessualità come una malattia, e obbligherebbe pertanto lo psicologo ad effettuare una terapia per rimouverla.
Onestamente, mi auguro (per lui) che il buon Risè non creda fino in fondo a ciò che afferma, perché in caso contrario, a mio parere, commetterebbe un errore a dir poco macroscopico.
E’ del tutto evidente, infatti, che nel caso di specie la patologia da curare non sarebbe l’omosessualità in sé, ma piuttosto la sua mancata accettazione da parte della persona; l’intervento del terapista, di conseguenza, sarebbe tutt’altro che inutile, ma dovrebbe consistere nell’aiutare il paziente ad accettare la propria omosessualità, e non nel tentare di rimuoverla.
Vogliamo fare la controprova?
Supponiamo che un tizio, ateo convinto, si svegli la mattina scoprendo di essere stato folgorato (nottetempo) sulla strada di Damasco, e debba quindi constatare con grande stupore di credere fermamente nell’esistenza di Dio; supponiamo anche che, alla luce della vita che il malcapitato ha condotto sino a quel momento, la circostanza gli causi qualche difficoltà, inducendolo pertanto a recarsi da uno psicologo per farsi dare una mano.
Quale sarebbe in questo caso, secondo Risè, il compito del terapeuta? Rimouvere la fede del convertito, oppure aiutarlo nell’operazione di accettare i suoi nuovi convincimenti? In altre parole: la malattia sarebbe la fede, o il fatto che il tipo del nostro esempio non la voglia accettare?
Lascio a voi la risposta, scusandomi del fatto che non mi sia manco venuta la forza di tirare fuori dal cilindro una battutaccia.
Si vede che sto invecchiando.

Until the very end of you

December 27, 2007

Making Flash movies has never been this easy!