Tortura genetica

March 26, 2008

L’atrofia muscolare spinale colpisce un bambino ogni seimila nati vivi.
Nella sua forma più grave, nota come atrofia muscolare spinale di tipo 1 o malattia di Werdnig-Hoffmann, essa causa la paralisi dei muscoli del tronco e l’immobilità della gabbia toracica: nella maggior parte dei casi, quindi, si rendono necessarie la tracheostomia, la ventilazione assistita e la nutrizione artificiale, effettuata con tubi collocati nel naso o direttamente nello stomaco del neonato.
A causa della paralisi dei muscoli respiratori, inoltre, qualsiasi banale infezione bronco-polmonare si trasforma in un vero e proprio evento fatale; la malattia, pertanto, ha generalmente un decorso assai rapido: la morte interviene di solito entro 6 o 7 mesi (caratterizzati dal calvario appena descritto), e assai raramente il neonato supera l’anno di vita.
L’atrofia muscolare spinale è una malattia genetica: il che implica che è possibile individuarla direttamente nell’embrione, attraverso la diagnosi pre-impianto.
Orbene, può accadere che due genitori, avendo già perduto un figlio a causa di quella malattia terribile, si decidano a fare gli esami, scoprano di essere portatori sani e decidano quindi di affidarsi alla fecondazione assistita, in modo da poter accertare se l’embrione sia affetto da quella patologia prima ancora di impiantarlo nell’utero.
Si dà il caso, tuttavia, che nel paese in cui quei genitori hanno la sventura di vivere la diagnosi pre-impianto sia vietata da una legge proibizionista e confessionale che neanche i membri dell’Inquisizione Spagnola avrebbero saputo scrivere meglio di così, e che il Ministro della Salute di quel paese, teoricamente obbligato già da sette mesi ad emanare le linee guida che potrebbero limitare gli effetti disastrosi di quella legge, faccia orecchie da mercante, terrorizzato dagli anatemi degli immancabili integralisti di turno.
Il risultato di questa singolare congiuntura è che i portatori di malattie genetiche, se non hanno i soldi per andare a fare all’estero quello che non possono fare in Italia, hanno di fronte una simpaticissima alternativa: o rinunciano a fare figli, oppure si rassegnano a correre il rischio di vederli nascere, agonizzare qualche mese tra tubi, tubicini e ventilatori, e infine morire.
Il tutto, si badi, in nome della dignità della vita umana.
E poi dicono che questo paese ripudia la tortura…

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Arruolamento post-impianto

September 26, 2007

Qualcuno ha rilevato, non senza qualche ragione, quanto appaia illogico l’accanimento delle gerarchie vaticane nel difendere il divieto di diagnosi preimpianto degli embrioni, imposto dalla Legge 40 e recentemente messo in discussione dal Tribunale di Cagliari, in un paese nel quale sono ammessi la diagnosi prenatale sul feto e l’aborto terapeutico.
Com’è possibile, è stato detto, che si impedisca a una donna di conoscere lo stato di salute di un embrione, e di non impiantarlo nel caso in cui esso sia portatore di gravi malformazioni, e che soltanto due mesi più tardi, quando quello stesso embrione, una volta impiantato, è diventato un feto, le sia permesso di effettuare gli esami, ed eventualmente di abortire?
Si tratta, in effetti, di una situazione apparentemente priva di qualsiasi logica: eppure, a ben guardare, una logica c’è.
Perché quello che conta non è tanto la tutela dell’embrione o del feto, né il preteso rispetto per la vita, per quanto astrattamente intesa: ciò che è importante è la mortificazione della donna, l’umiliazione e la punizione del suo corpo, la sottrazione di qualunque dignità alla sua persona.
Hai generato un embrione malformato? Cosa vuoi che me ne importi? Io, tanto per cominciare, ti obbligo a impiantarlo: in fondo, come insegna la Beata Vergine Maria (madre di tutti i santi, mica una qualsiasi), non sei altro che un contenitore, una scatola. Quindi fai la scatola, per favore, e non rompere: se e quando ti accorgerai, ben dopo l’inizio della gravidanza, di quella malformazione, allora sì che potrai abortire. Ma avverrà dolorosamente, sappilo, e sarà traumatico: così dev’essere, in modo che ti serva da lezione e ti faccia passare la voglia di provarci un’altra volta; in modo che le altre scatole, messe di fronte alla stessa scelta, ci pensino qualche minuto in più, e magari, chissà, all’ultimo momento, pur di risparmiarsi tanta sofferenza cambino idea; in modo che ogni anno la Provvidenza possa continuare a mandarci tante nuove famiglie sofferenti, pronte da arruolare nelle truppe che difendono i nostri privilegi, in cambio della consolazione delle nostre promesse di eterna beatitudine.
A voi pare che una semplice diagnosi preimpianto porti con sé tutto questo ben di Dio?

Non è la prima volta che il mio amico Alessandro mi manda per mail quella che lui ritiene una semplice segnalazione, ma in realtà è un post bello e buono: come l’altra volta, mi limito a copiare e incollare.

Leggo sulla Stampa:

«La sentenza del Tribunale di Cagliari appare in netto contrasto con la legge 40 e l’interpretazione della Corte Costituzionale: un giudice non può emettere un giudizo che smentisce la legge e la Consulta». Il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori, ha commentato così la decisione del Tribunale di Cagliari in merito alla diagnosi pre-impianto.

Poi leggo sull’Espresso:

(Giovanni Paolo II) nel 1995, nell’enciclica “Evangelium Vitae”, arrivò a reclamare la pubblica disubbidienza a Cesare, in nome di Dio: “Quando una legge civile legittima l’aborto o l’eutanasia, cessa, per ciò stesso, di essere una vera legge civile, cioè moralmente obbligante”; è “del tutto priva di autentica validità giuridica”.

Insomma, come dire, con la legge fanno un po’ come cazzo gli pare…