Buio, controbuio, over /1

September 23, 2008

L’altra sera, dovendo andare a prendere una persona alla stazione ed essendo arrivato con qualche minuto di anticipo, ho pensato di ingannare l’attesa fermandomi da McDonald’s per mangiare un cheeseburger.
Così, dopo aver parcheggiato ed essere entrato nel locale, mi sono messo diligentemente in fila (cercando di scegliere la fila più breve, si capisce), e proprio davanti a me ho trovato un signore sui sessanta con i capelli bianchi tagliati a spazzola, presumibilmente arabo, che teneva per mano un bimbetto (su due piedi si sarebbe detto suo nipote, o il figlio di un caro amico) di sei o sette anni.
Orbene, quando è arrivato il suo turno il mio occasionale vicino di coda, invece di chiedere a voce come fanno tutti, ha mostrato al commesso un biglietto su cui qualcuno aveva appuntato in bella grafia (probabilmente per fargli un favore) i panini e le bibite da ordinare.
Il bel giovanotto che lavorava alla cassa, dall’aspetto vigoroso e decisamente ariano, ha letto attentamente la nota (con l’aria grave di chi sta esaminando un passo della Divina Commedia), e dopo aver stipato (non senza una certa accidia) le vivande in una busta di carta (sul foglietto c’era anche scritto “a portar via”) si è premurato di chiedere al canuto signore: «Voi ‘a sarza?»
L’avventore, che evidentemente non parlava italiano (il che, onestamente, appariva intuitivo: ci sarebbe stato bisogno del biglietto, in tal caso?), ha sgranato gli occhi, e subito dopo ha scosso la testa con una certa timidezza, come per dire “mi spiace, ma non capisco”.
Il virile inserviente (il quale, sia inteso, non aveva dato gran prova di conoscere l’italiano neppure lui) ha allora increspato le labbra in un’espressione tra il disgustato e l’esasperato, degnandosi al contempo di esperire un ulteriore tentativo: «Du iu uant som soze?»
Il signore dalla pelle bruna, non si sa bene perché non conoscesse l’inglese o perché non riuscisse a interpretare nel modo corretto lo sgorbio anglofono maldestramente pronunciato dal suo interlocutore, ha scosso nuovamente il capo, stavolta con un’espressione più marcatamente dispiaciuta (al limite della sottomissione), che pareva dire “mi dispiace davvero, ma non parlo nemmeno l’inglese”.
Il nerboruto cameriere, a questo punto, ha perso decisamente la pazienza: sbuffando, scuotendo la testa e assumendo un’espressione di aperta insofferenza, ha sbattuto con mala grazia la busta in mano al cliente (il quale, sia chiaro, aveva già regolarmente estratto il denaro necessario a pagare quanto acquistato), scandendo a voce alta, in modo che tutti potessero udirlo, la seguente frase: «Aho nun parli itajano, nun parli inglese, ma che cazzo de lingua parli? La parlerai ‘na lingua der cazzo, no?»
L’arabo ha afferrato il pacco con delicatezza e subito dopo ha abbassato gli occhi, rivolgendoli al bambino con un’aria mortificata che sembrava dire “mi dispiace che tu sia finito con me in questo posto, e che ti sia toccato sentire questo tizio che alza la voce senza motivo; ma che vuoi farci? E’ la vita, che va così” (diceva tutte queste cose, quello sguardo, o almeno a me è parso che le dicesse).
Fosse stato un altro giorno (un giorno qualunque, uno dei tanti giorni in cui mi capita, e chi mi conosce sa che mi capita spesso) l’avrei sbranato vivo, quel cameriere; invece, assistendo a quella scena, l’unica cosa che mi è riuscita è stata provare una grande stanchezza, una prostrazione profonda, un senso di debolezza che mi pervadeva dalla testa ai piedi.
Così, per una volta, non ho detto una parola.
Mentre pagavo il mio cheeseburger, mi sono sorpreso a domandarmi quanta vergogna dovrò ancora provare, per essere nato in un posto che si è ridotto così.

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